Archive for gennaio, 2009

gennaio 31st, 2009

pillolo 80, 2009 Le BR

PILLOLO 80, 2009, gennaio

L’ “eurocomunismo” detto anche “la via democratica al socialismo”
del PCI di Berlinguer altro non era
che una forma di socialdemocrazia riformista,
che come tale però non veniva apertamente chiamata
solo per motivi di propaganda
e per non confonderla con il Partito socialdemocratico di Saragat,
fu formulata come teoria nel 1973 da Enrico Berlinguer,
e iniziò a diventare forma politica nel 1976 per concludersi nel 1979.

Tutto ebbe inizio con il governo Andreotti dell’agosto del 1976
chiamato dallo stesso Andreotti “governo della non sfiducia”
in quanto comunisti e socialisti non entrarono nel governo
ma erano d’accordo di non provocare la sua caduta
purchè  venissero  consultati nella stesura del programma.
Nel gennaio del 1978 cadde il governo Andreotti a cui subentrò
lo stesso Andreotti ma questa volta i comunisti entrarono a far parte
“dell’area di governo” anche se non ebbero né chiesero alcun ministero.

Proprio il giorno in cui Andreotti avrebbe dovuto presentare alla camera
il suo nuovo governo, con i comunisti inseriti per la prima volta
“nell’area di governo”, il 16 marzo del 1978, la mattina alle ore 9,15,
la macchina di Aldo Moro, presidente della DC, e quella della sua scorta
caddero in un’imboscata in via Fani mentre erano dirette in parlamento.
I poliziotti della scorta e l’autista vennero uccisi
mentre Moro incolume fu trasportato su un’altra vettura in attesa.
Erano state le Brigate Rosse ed il sequestro di Moro doveva durare
54 giorni per terminare con la sua uccisione da parte dei brigatisti.

A tutt’oggi, quando gli artefici del rapimento e dell’uccisione di Moro
e della sua scorta sono stati individuati e messi in galera, molti sono i misteri
che avvolgono questa vicenda al punto tale che alcuni sostengono,
e fra questi ci sono anch’io, che se le Brigate Rosse furono sicuramente
quelle che misero in atto l’agguato, gestirono il sequestro e poi l’uccisione di Moro sicuramente però dietro di loro c’era un burattinaio ben più potente
che le utilizzò e le manovrò per raggiungere i suoi fini.

Per rendersi conto di chi avrebbe potuto essere questo burattinaio
occorre però rispondere a questa domanda: a chi dava noia Aldo Moro ?
Probabilmente a molte persone, a molti apparati ed addirittura a più di uno Stato
per cui il burattinaio avrebbe dovuto rispondere ad uno o più di questi insieme.

Una cosa è certa, non troveremo mai una risposta nelle aule dei tribunali
e ci dovremo accontentare di una risposta politica.

Citerò a caso.
Sicuramente il compromesso storico avrebbe rimesso in discussione
i rapporti fra mafia, camorra e politica e quindi la mafia e la camorra
potevano essere interessate all’uccisione di Aldo Moro.

Sicuramente gran parte degli apparati dello Stato si sentivano in pericolo
in quanto la riforma dello Stato sui cui Berlinguer e Moro
si erano già messi d’accordo nel considerarla come la prima riforma da fare,
avrebbe messo in discussione tutto il clientelismo
su cui si fondavano i poteri forti all’interno dello Stato.
Per non parlare dei servizi segreti, soprattutto quelli deviati,
che avevano appoggiato e sostenuto l’eversione di destra
e si dimostravano interessati ad un colpo di Stato.
Quindi i poteri forti all’interno dello Stato potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Che dire poi dei ceti medi e degli industriali i quali in larga parte,
vedevano i comunisti come un ostacolo
per la conduzione dei loro loschi affari con la burocrazia
e temevano una seria riforma fiscale che li mettesse
sullo stesso piano dei salariati.
Quindi gran parte dei ceti medi e degli industriali potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Ricordo senza però approfondire in quanto fatto in precedenza,
il governo americano ed i suoi servizi segreti il quale in più riprese
aveva messo in guardia le forze politiche italiane riguardo
alla presenza dei comunisti al governo.
Quindi anche i servizi segreti americani potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Se così fosse, se cioè la matasse degli interessi fosse così complicata,
si potrebbe capire bene come mai la verità completa
sul rapimento e l’uccisione di Moro
sia avvolta ancora da troppi misteri.

Ma chi erano le Brigate Rosse ?

Non mi soffermerò troppo a lungo su di esse
in quanto ritengo non portino troppo contributo
per comprendere la realtà complessiva dell’Italia di quel tempo
e concordo con  quanto ebbe a dire Luciano Lama
con la sua solita franchezza: “L’Italia in quegli anni ha rischiato grosso […]
La battaglia ci ha assorbito completamente.
Così non abbiamo visto con la chiarezza necessaria il resto”.

Il contributo, si fa per dire, delle Brigate Rosse e dei gruppi affiliati
fu quello di 29 morti uccisi nel 1978, 22 nel 1979 e 30 nel 1980.

Forse sarà più interessante analizzare quali siano stati  gli errori
di analisi e di discernimento che stavano alla base della loro azione violenta.
Esse credettero che la rivoluzione culturale nata nel ‘68,
proseguita negli anni successivi e che si estendeva in tutti i paesi
occidentali ed europei a capitalismo avanzato, fosse il segno e l’inizio
della crisi irreversibile di questo capitalismo.
Il Partito comunista italiano non  era in grado di mettersi a capo
di questa crisi per rovesciare il sistema di potere capitalistico e della DC
in quanto, tradendo gli ideali della Resistenza, si era imborghesito
e puntava ormai ad inserirsi all’interno del sistema consolidato
trascinando così la classe operaia ad esser ancora più subalterna.

Dove stava l’errore ?

Per prima cosa la così detta “rivoluzione culturale” aveva interessato
una minima parte del paese ed nel Mezzogiorno non era stata quasi avvertita.
Quindi il primo errore consisteva nella sopravvalutazione del fenomeno.

Per seconda cosa, sicuramente la più importante, esse interpretarono
quello che era un adeguamento sociale e culturale funzionale
alla nuova ristrutturazione capitalistica nei termini della società dei consumi
come un segnale della crisi del capitalismo.
Insomma, la così detta “rivoluzione culturale”
era un segno dello sviluppo del capitalismo
e non della sua crisi irreversibile,
come dire altrimenti che quella rivoluzione culturale
era funzionale e non antagonista dello sviluppo del capitalismo.

A causa soprattutto di questi due errori le Brigate Rosse
si trovarono come rinchiuse in un tunnel in fondo al quale
c’era un imbuto dal quale furono costrette a passare:
la violenza come ultimo tentativo di stravolgere una realtà che loro
erroneamente interpretavano e che non li seguiva.

Mentre si faceva largo fra le persone e gli italiani
una cultura nihilista, relativista e materialista
funzionale alla nascente società dei consumi
ed a cui la così detta “rivoluzione culturale”
aveva fatto da trampolino di lancio,
vale a dire mentre il sistema di potere capitalistico
si stava riorganizzando e riprendendo in mano le redini
delle società occidentali e quindi anche dell’Italia,
le Brigate Rosse pensarono di essere in grado da sole
di rovesciare questo sistema.
Quindi l’eroismo romantico della solutine dei brigatisti
altro non era che una manifestazione della loro stupidità
e dei loro limiti di comprensione della società italiana
e delle spinte culturali che si agitavano al suo interno.

Sul piano della ricerca storica e del discernimento
l’esperienza delle Brigate Rosse mi sembra possa insegnare
di quanto sia importante l’analisi oggettiva e storica degli avvenimenti
e di quanto possa essere deletereo andare dietro alle parole d’ordine
da qualunque parte arrivino.

BLAISE2004

gennaio 31st, 2009

pillolo 86, 2009 Il compromesso storico di Berlinguer

PILLOLO 86, 2009, gennaio

A partire dai tempi della Resistenza all’invasione nazifascista
fino agli anni ‘70 una cosa apparve chiara ai Partiti della ”sinistra”:
se si escludeva la via rivoluzionaria ed armata per conquistare il potere
non restava, piacesse o non piacesse, che trovare un accordo
con il Partito dei cattolici italiani, la DC.

Chi era più convinto di ciò fu Enrico Berlinguer, presidente del PCI,
il quale aveva elaborato una teoria politica al proposito
che si chiamò “compromesso storico”.

Fu così che dal 1976 al 1979 si potè dar vita ai “governi di unità nazionale”
a cui parteciparono la DC, il PSI ed il PCI la cui presidenza
ovviamente rimase alla DC in quanto Patito di maggioranza relativa.

Ma i governi di unità nazionale non avevano un intento univoco
con il PCI ed il PSI da una parte che spingevano affinchè le riforme
fossero fatte sul serio intaccando privilegi ed interessi assodati
e la DC dall’altra sempre pronta a mettere i bastoni fra le ruote
ed a svuotare le riforme dei loro contenuti più importanti e significativi.

In questo compito la DC fu aiutata da tutto l’apparato statale
e dalla burocrazia i quali temevano che fossero messi in discussione
i criteri clientelari sulla base dei quali si erano fino ad allora costituiti
nonché dai ceti medi e dagli industriali i quali, utilizzando il potere economico
che il larga misura detenevano, cercarono sempre
di boicottare le riforme ogni volta che andavano ad intaccare
qualcuno dei loro poteri.

Già il PSI nei governi di Centro Sinistra aveva dovuto soccombere
allo strapotere politico della DC ed economico dei ceti medi e degli imprenditori limitandosi ad ottenere solo quei cambiamenti
che di fatto non modificavano nella sostanza
le realtà oggetto delle riforme,
adesso alla prova c’era il PCI
più consapevole del PSI della difficoltà dell’impresa
ma anche del fatto che non era possibile un’alternativa.

Ma il nemico più difficile per il PCI fu rappresentato
dal terrorismo delle Brigate Rosse e di altri gruppi armati affini.
Infatti, anche se per motivi diversi, all’interno dei governi
di unità nazionale c’erano gruppi come il PSI di Craxi
e la corrente della DC di Fanfani che non erano completamente convinti
che la linea della fermezza e della non trattativa con le BR
fosse quella giusta.
Emblematico di ciò fu tutto il periodo in cui fu sequestrato dalle BR
Aldo Moro in cui il PCI dovette accollarsi tutto il peso politico
affinchè lo Stato italiano non trattasse e non cedesse ai ricatti delle BR.

Come ebbe a dire Luciano Lama,segretario della CGIL, molte delle energie
che dovevano essere dedicate alle riforme furono prese
dal dover combattere il terrorismo che in quegli anni
rappresentava il maggior pericolo per lo Stato e per la democrazia.
Se andiamo a vedere un po’ più da vicino le riforme che furono date alla luce
dai governi di unità nazionale, ci rendiamo conto che ci furono più ombre che luci
che pongono la domanda se il PCI non fu capace di fare di meglio
oppure se il PCI si fece svuotare dal trasformismo democristiano.
Una cosa è certa come nel confronto fra De Gasperi e Togliatti
aveva vinto il primo, questa volta nel confronto fra Andreotti e Belinguer
aveva vinto di nuovo il primo, vale a dire un democristiano.

Molte furono, come si è detto, le riforme: quella che riguardava lo Stato
ed in particolare i poteri delle regioni, la politica economica
e la ripresa economica, l’edilizia e l’urbanistica, la salute e la nascita
di un vero sistema sanitario nazionale e l’aborto.

Ognuna di esse meriterebbe di essere trattata singolarmente
ma ciò sarebbe assai lungo non adatto ad uno scritto di questo genere
per cui mi limiterò a mettere in evidenza alcuni aspetti di carattere più generale
e che pongono domande e considerazioni che hanno un senso
anche ai giorni nostri.

Riguardo alla strategia per affrontare la crisi economica si posero sul tappeto
queste domande:
era possibile una ripresa economica senza distruggere le conquiste
del movimento operaio?
I profitti e un aumento del potere operaio
erano in qualche modo compatibili tra di loro ?
La risposta, se così la si può definire, dell’esperienza italiana nel 1976-79
fu un categorico No, come dire che gli interessi del capitalismo
non si potevano conciliare con gli interessi della classe operaia
e che qualsiasi forma di compromesso e di mediazione
era risultata nei fatti impraticabile ed impossibile.
Si chiudeva un’epoca e se ne apriva un’altra diversa da quella del
“compromesso storico” che aveva fallito in quanto l’esperienza sul campo
aveva dimostrato che non ci poteva essere nessun compromesso
fra il capitalismo e la classe operaia.
Un dato però era acquisto e cioè che l’unica via praticabile
per cambiare le cose in Italia era quella democratica per cui la “sinistra”
si trovava nella necessità di individuare un’altra strategia democratica
in cui il capitalismo non si trovasse  in rota di collisione con al classe operaia.
Questo è un problema tutt’ora aperto nella “sinistra”e che aspetta una risposta
né l’attuale neosinistra di Veltroni dimostra di avere delle idee chiare al proposito.

Riguardo al sistema sanitario nazionale come era possibile superare
il sistema di lottizzazione delle USL se la Democrazia Cristiana
non era disponibile a fare altrettanto ?
Infatti il diritto di controllo delle USL fu affidato dalla riforma ai Consigli comunali
con il risultato che i più importanti ruoli amministrativi, incluse le presidenze
venivano suddivisi fra i Partiti.

Nel 1985 il 57% dei presidenti delle USL erano democristiani e il 20% socialisti.
Dove esisteva una classe dirigente onesta e competente
come la classe dirigente democristiana del Veneto
e quella comunista dell’Emilia-Romagna,
il servizio sanitario funzionava bene al livello degli altri paesi europei
ma dove la classe dirigente era disonesta ed incapace
le USL del sistema sanitario erano un disastro quasi da terzo mondo.
Così nel Sud si dovette assistere all’antico dramma
dei letti nei corridoi degli ospedali, delle famiglie costrette a preparare i pasti peri loro parenti e perfino a pagare delle tangenti
per trovare un posto per farsi curare in ospedale.
Un cronista denunciava che negli anni ’80
essere poveri a Napoli già di per sé era triste
ma essere povero ed anche malato diventava una tragedia.

La lottizzazione delle USL pose al centro della riflessione
Il fatto che una riforma dello Stato non sarebbe stata possibile
Se tutti i Partiti non si fossero impegnati a far emergere
In ogni regione e comune del paese una classe dirigente onesta e competente.

Era fuori di dubbio che gli unici ad vere in questo senso
le carte in regola erano i comunisti ma quanto avrebbero retto,
soprattutto nel Meridione, circondati
da un sistema di potere corrotto ed inefficiente?

Minato all’interno da queste contraddizioni
il governo di unità nazionale di Andreotti cadde
ed il Partito comunista fece saper che non sarebbe stato disponibile
ad una sua riedizione.
Era il 31 gennaio del 1979 e lo stesso Berlinguer annunciò
la fine del “compromesso storico” e la nuova strategia di “alternativa democratica”
che nessuno sapeva di preciso cosa fosse, per ora si capiva soltanto
che il PCI tornava all’opposizione.

BLAISE2004

gennaio 31st, 2009

pillolo 87, 2009 L’insegnamento del 1980

PILLOLO 87, 2009, gennaio

Per comprendere come mai il capitalismo internazionale
abbia deciso di abbandonare l’Occidente per investire
i propri capitali nell’ Est europeo, in India ed in Cina
parlerò di come viene concepita la mano d’opera.
Le posizioni sono due:
la mano d’opera è una variabile indipendente del costo di un manufatto
come sostengono i sindacati e la classe operaia
oppure è una variabile punto e basta del costo di un manufatto
come sostengono i capitalisti ?

Vale a dire la mano d’opera è composta da persone
che hanno dei diritti in quanto tali e non solo come operai salariati
oppure è da considerasi come una “cosa” o come “merce” alla stregua
di qualsiasi altro investimento ?

Per poter rispondere a questo non solo sul piano filosofico e religioso
ma anche sul piano storico, riferirò di fatti realmente accaduti in Italia.

Gli imprenditori si sentivano preparati per riprendere ciò che avevano dovuto
concedere a metà degli anni ‘70.
Nel 1980 la Fiat si sentiva pronta a questo e l’azienda annunciò che,
in seguito alla caduta della  domanda di automobili sul mercato internazionale,
avrebbe posto in cassa integrazione 24 mila operai per 5 mesi.
Trascorsi questi 5 mesi una metà sarebbe tornata in fabbrica
mentre l’altra  metà avrebbe dovuto trovare altrove un posto di lavoro.
Tra i 24 mila vi erano ovviamente tutti quelli che avevano svolto
un ruolo di primo piano nelle lotte sindacali dal 1969 in avanti.

Tre giorni più tardi prese misure ancora più drastiche:
14 mila operai sarebbero stati licenziati immediatamente.
I sindacati reagirono con uno sciopero a oltranza
e con il blocco totale delle fabbriche Fiat, cosa alquanto anomala della storia
del sindacalismo italiano.
All’inizio la risposta allo sciopero fu entusiasta.
Anche gli operai Fiat compresero che stavano combattendo
una battaglia cruciale.
Il 25 settembre Enrico Berlinguer si recò ai cancelli di Mirafiori
e promise agli operai che, se avessero occupato la Fiat,
il PCI li avrebbe sostenuti pienamente “perché possiate durare un’ora di più rispetto all’intransigenza Fiat” concluse Berlinguer.
Due giorni dopo la Fiat annunciò la sospensione di tutti i licenziamenti
e solo 3 mesi di cassa integrazione per i 24 mila operai.
Fu una mossa accorta che divise i lavoratori.
La minaccia di un licenziamento immediato era revocata,
quelli in cassa integrazione avrebbero ricevuto il 90% del salario
e parecchi operai, senza soldi dopo le vacanze estive,
non erano più preparati a scendere in sciopero.
Invano il sindacato locale ammonì che la cassa integrazione era solo
l’anticamera dei licenziamenti.

L’unità dei lavoratori cominciò a vacillare e per presidiare i picchetti
si dovettero chiamare attivisti di altre fabbriche.

Dopo 34 giorni di sciopero il 14 ottobre 1980
una grandiosa ed insolita manifestazione di circa 30-40.000 persone
tra dirigenti, capi-squadra, impiegati ed operai Fiat, attraversò il centro di Torino.
Il movimento operaio si spaccò a Torino irrimediabilmente.
Il giorno seguente i dirigenti sindacali firmarono un accordo con la direzione Fiat
che fu una vera e propria capitolazione su tutti i fronti.

Aveva vinto il capitalismo e la mano d’opera era ridiventata
una semplice variabile a disposizione in questo caso della Fiat
ma il principio valeva per tutti gli altri capitalisti.

Per un decennio gli industriali italiani si sentirono nella condizione
di seguire l’esempio della direzione Fiat e la classe operaia
si trovò nella condizione di essere considerata una “cosa”
di cui il padrone poteva disporre secondo i sui interessi.

Anche se il capitalismo aveva vinto questa battaglia non aveva vinto
la guerra con la classe operaia in quanto la cultura italiana ed occidentale in genere
era imbevuta fin dal midollo della cultura del diritto che affondava le sue radici
nel cristianesimo, nel pensiero liberale e nella cultura socialista.

Infatti 10 anni dopo i fatti di Torino la classe operaia, i sindacati ed il PCI
sarebbero ritornati all’attacco per cambiare la situazione nelle fabbriche.

Le fabbriche in Italia e nell’occidente sono diventate nell’era moderna
il centro dove si sono confrontate e scontrate due culture
che in teoria non potevano convivere ma che in pratica erano costrette a convivere,
la cultura pragmatica, utilitaristica ed anti-etica del capitalismo
e quella dei diritti, della solidarietà ed etica della classe operaia.

Esse potevano convivere solo in continuo conflitto fra di loro
e non c’era altra via che questa.

E’ stata questa infatti la convinzione del capitalismo internazionale
e cioè che in Occidente non avrebbe mai potuto costringere in maniera definitiva
la classe operaia ad accettare di essere una “cosa” o una “merce”.

I suoi profitti in Occidente sarebbero sempre stati notevoli ma incerti
così come la sua affermazione culturale ed il suo potere.

E’ stato così che, non appena si sono create le condizioni internazionali
per spostare i propri capitali in altre zone del mondo che garantivano
un più facile controllo economico e culturale della mano d’opera
e quindi un suo minor costo, il capitalismo internazionale lo ha fatto
lasciando l’Occidente per migrare prevalentemente nell’Est europeo,
in India ed in Cina.

BLAISE2004

gennaio 31st, 2009

pillolo 88, 2009 quella contraddizione sulla sacralità della vita

PILLOLO 88, 2009, gennaio

Una delle contraddizioni più evidenti
del cristianesimo e del cattolicesimo moderno
riguarda la sacralità della vita umana e di tutte le vite umane.

E’ innegabile, e mi auguro che nessuno lo neghi,
che tutto il messaggio di Cristo,
ma anche quello della Genesi della Bibbia,
ruoti e confermi questo concetto
e cioè che la vita e tutte le vite umane sono sacre.

Quella che viene comunemente chiamata “la rivoluzione cristiana”
su questo soprattutto si fonda in contrasto
con ogni visione pagana del mondo e dell’uomo.

Ma dove sta la contraddizione ?

La Chiesa cattolica ed i cattolici italiani, ad esempio,
nella loro storia sono stati tanto bravi
ad affermare e a difendere in teoria la sacralità della vita umana
quanto sono stati pessimi
nel riconoscere questa sacralità nei fatti della storia cioè nella pratica.

Insomma la Chiesa cattolica ed i cattolici italiani
si sono sempre comportati come si comportano
i malati di schizofrenia.

Dove in Occidente e quindi anche in Italia
si è concentrata e si è fatta più evidente
quella cultura pagana moderna
che non considerava assolutamente sacra la vita umana
se non nelle fabbriche passando per i latifondi e per gli uffici ?

Chi infatti se non la classe operaia ed i salariati in genere
venivano considerati
come “cosa” e come “merce” con suo prezzo ed un suo costo
da parte del capitalismo ?

E se così è come effettivamente è
cosa meglio della cultura del capitalismo
rappresenta la peggiore visione materialista della vita e dell’uomo ?

Cosa quindi più della cultura del capitalismo
contrasta con l’autentico pensiero cristiano ?

Cosa più della cultura della classe operaia
si avvicina all’autentico pensiero cristiano ?

Dove si trova il monte Calvario di oggi e di ieri
se non nei luoghi di lavoro dove tutti i giorni
si attenta alla sacralità della vita umana
cercando di trasformarla in “cosa” e in “merce” ?

Ma la Chiesa cattolica ed i cattolici italiani
di ieri e di oggi non si sono mai visti ai piedi di quella croce
posta su quel Calvario.
Anzi, quando si sono fatti vivi
attraverso il partito dei cattolici, vale a dire la DC,
si sono schierati dalla parte delle guardie romane
che stavano crocifissendo la sacralità della vita.

Questa è la contraddizione del cristianesimo ed il cattolicesimo moderno
riguardo alla sacralità della vita e di tutte le vite umane.

BLAISE2004

gennaio 31st, 2009

pillolo 89, 2009 Cosa succede quando il capitalismo vince

PILLOLO 89, 2009, gennaio

Da cosa si vede che la cultura nihilista, relativista e materialista
del capitalismo moderno ha vinto ?

Più che da tante altre cose lo si vede dal fatto che la classe operaia
ha ormai smesso di lottare per migliori condizioni di lavoro
a partire dagli ambienti di lavoro fino all’alienazione a cui è sottoposta
e si è concentrata essenzialmente sulla rivendicazione di un maggior salario.

La classe operaia ha dovuto accettare di essere considerata
una “cosa” e una “merce”
e chiede come tale di essere pagata un po’ di più
per poter consumare di più.

E quando chi si opposto di più per necessità
alla concezione pagana e materialista della vita e dell’uomo
da parte del capitalismo moderno
in quanto per necessità era costretto a pagarlo sulla propria pelle,
si è trovato solo e quindi ha parso su tutti i fronti
non c’è poi da meravigliarsi del degrado morale in cui viviamo.

Se i più forti si sono dovuti piegare
cosa ci dobbiamo aspettare dai più deboli
se non che seguano passivamente la cultura dominante ?

La classe operaia è diventata una “cosa” e una “merce”
quindi tutto è diventato “cosa” come tutto è diventato “merce”
e tutto ha un prezzo
e di conseguenza è considerato vincente chi è nella condizione
di comprare di più.

E chi non rientra in questa condizione
per non sentirsi emarginato e perdente
cerca di prenderselo con la violenza
soprattutto sui più deboli, comprese le donne.

E’ completamente inutile combattere questa cultura sul piano etico
e la lotta, se si vuole veramente vincere, va ricondotta al suo luogo naturale
e cioè all’interno dei luoghi di lavoro e sulla base della lotta di classe.
So benissimo che i miei amici cattolici storceranno il naso
in quanto non sono stati educati  a chiamare le cose con il  loro nome
ma a fare vuote catechesi su mammona e cose del genere
per cui faccio loro presente che non ho parlato
di dittatura proletaria e di marxismo ma solo di lotta di classe
utilizzando una categoria interpretativa non filosofica ma storica.

Spero di essere riuscito a farmi comprendere.

BLAISE2004

gennaio 30th, 2009

pillolo 80, 2009 Le Brigate Rosse

PILLOLO 80, 2009, gennaio

L’ “eurocomunismo” detto anche “la via democratica al socialismo”
del PCI di Berlinguer altro non era
che una forma di socialdemocrazia riformista,
che come tale però non veniva apertamente chiamata
solo per motivi di propaganda
e per non confonderla con il Partito socialdemocratico di Saragat,
fu formulata come teoria nel 1973 da Enrico Berlinguer,
e iniziò a diventare forma politica nel 1976 per concludersi nel 1979.

Tutto ebbe inizio con il governo Andreotti dell’agosto del 1976
chiamato dallo stesso Andreotti “governo della non sfiducia”
in quanto comunisti e socialisti non entrarono nel governo
ma erano d’accordo di non provocare la sua caduta
purchè  venissero  consultati nella stesura del programma.
Nel gennaio del 1978 cadde il governo Andreotti a cui subentrò
lo stesso Andreotti ma questa volta i comunisti entrarono a far parte
“dell’area di governo” anche se non ebbero né chiesero alcun ministero.

Proprio il giorno in cui Andreotti avrebbe dovuto presentare alla camera
il suo nuovo governo, con i comunisti inseriti per la prima volta
“nell’area di governo”, il 16 marzo del 1978, la mattina alle ore 9,15,
la macchina di Aldo Moro, presidente della DC, e quella della sua scorta
caddero in un’imboscata in via Fani mentre erano dirette in parlamento.
I poliziotti della scorta e l’autista vennero uccisi
mentre Moro incolume fu trasportato su un’altra vettura in attesa.
Erano state le Brigate Rosse ed il sequestro di Moro doveva durare
54 giorni per terminare con la sua uccisione da parte dei brigatisti.

A tutt’oggi, quando gli artefici del rapimento e dell’uccisione di Moro
e della sua scorta sono stati individuati e messi in galera, molti sono i misteri
che avvolgono questa vicenda al punto tale che alcuni sostengono,
e fra questi ci sono anch’io, che se le Brigate Rosse furono sicuramente
quelle che misero in atto l’agguato, gestirono il sequestro e poi l’uccisione di Moro sicuramente però dietro di loro c’era un burattinaio ben più potente
che le utilizzò e le manovrò per raggiungere i suoi fini.

Per rendersi conto di chi avrebbe potuto essere questo burattinaio
occorre però rispondere a questa domanda: a chi dava noia Aldo Moro ?
Probabilmente a molte persone, a molti apparati ed addirittura a più di uno Stato
per cui il burattinaio avrebbe dovuto rispondere ad uno o più di questi insieme.

Una cosa è certa, non troveremo mai una risposta nelle aule dei tribunali
e ci dovremo accontentare di una risposta politica.

Citerò a caso.
Sicuramente il compromesso storico avrebbe rimesso in discussione
i rapporti fra mafia, camorra e politica e quindi la mafia e la camorra
potevano essere interessate all’uccisione di Aldo Moro.

Sicuramente gran parte degli apparati dello Stato si sentivano in pericolo
in quanto la riforma dello Stato sui cui Berlinguer e Moro
si erano già messi d’accordo nel considerarla come la prima riforma da fare,
avrebbe messo in discussione tutto il clientelismo
su cui si fondavano i poteri forti all’interno dello Stato.
Per non parlare dei servizi segreti, soprattutto quelli deviati,
che avevano appoggiato e sostenuto l’eversione di destra
e si dimostravano interessati ad un colpo di Stato.
Quindi i poteri forti all’interno dello Stato potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Che dire poi dei ceti medi e degli industriali i quali in larga parte,
vedevano i comunisti come un ostacolo
per la conduzione dei loro loschi affari con la burocrazia
e temevano una seria riforma fiscale che li mettesse
sullo steso piano dei salariati.
Quindi gran parte dei ceti medi e degli industriali potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Ricordo senza però approfondire in quanto fatto in precedenza,
il governo americano ed i suoi servizi segreti il quale in più riprese
aveva messo in guardia le forze politiche italiane riguardo
alla presenza dei comunisti al governo.
Quindi anche i servizi segreti americani potevano essere interessati
all’uccisione di Moro.

Se così fosse, se cioè la matasse degli interessi fosse così complicata,
si potrebbe capire bene come mai la verità completa
sul rapimento e l’uccisione di Moro
sia avvolta ancora da troppi misteri.

Ma chi erano le Brigate Rosse ?

Non mi soffermerò troppo a lungo su di esse
in quanto ritengo non portino troppo contributo
per comprendere la realtà complessiva dell’Italia di quel tempo
e concordo con  quanto ebbe a dire Luciano Lama
con la sua solita franchezza: “L’Italia in quegli anni ha rischiato grosso […]
La battaglia ci ha assorbito completamente.
Così non abbiamo visto con la chiarezza necessaria il resto”.

Il contributo, si fa per dire, delle Brigate Rosse e dei gruppi affiliati
fu quello di 29 morti uccisi nel 1978, 22 nel 1979 e 30 nel 1980.

Forse sarà più interessante analizzare quali siano stati  gli errori
di analisi e di discernimento che stavano alla base della loro azione violenta.
Esse credettero che la rivoluzione culturale nata nel ‘68,
proseguita negli anni successivi e che si estendeva in tutti i paesi
occidentali ed europei a capitalismo avanzato, fosse il segno e l’inizio
della crisi irreversibile di questo capitalismo.
Il Partito comunista italiano non  era in grado di mettersi a capo
di questa crisi per rovesciare il sistema di potere capitalistico e della DC
in quanto, tradendo gli ideali della Resistenza, si era imborghesito
e puntava ormai ad inserirsi all’interno del sistema consolidato
trascinando così la classe operaia ad esser ancora più subalterna.

Dove stava l’errore ?

Per prima cosa la così detta “rivoluzione culturale” aveva interessato
una minima parte del paese ed nel Mezzogiorno non era stata quasi avvertita.
Quindi il primo errore consisteva nella sopravvalutazione del fenomeno.

Per seconda cosa, sicuramente la più importante, esse interpretarono
quello che era un adeguamento sociale e culturale funzionale
alla nuova ristrutturazione capitalistica nei termini della società dei consumi
come un segnale della crisi del capitalismo.
Insomma, la così detta “rivoluzione culturale”
era un segno dello sviluppo del capitalismo
e non della sua crisi irreversibile,
come dire altrimenti che quella rivoluzione culturale
era funzionale e non antagonista dello sviluppo del capitalismo.

A causa soprattutto di questi due errori le Brigate Rosse
si trovarono come rinchiuse in un tunnel in fondo al quale
c’era un imbuto dal quale furono costrette a passare:
la violenza come ultimo tentativo di stravolgere una realtà che loro
erroneamente interpretavano e che non li seguiva.

Mentre si faceva largo fra le persone e gli italiani
una cultura nihilista, relativista e materialista
funzionale alla nascente società dei consumi
ed a cui la così detta “rivoluzione culturale”
aveva fatto da trampolino di lancio,
vale a dire mentre il sistema di potere capitalistico
si stava riorganizzando e riprendendo in mano le redini
delle società occidentali e quindi anche dell’Italia,
le Brigate Rosse pensarono di essere in grado da sole
di rovesciare questo sistema.
Quindi l’eroismo romantico della solutine dei brigatisti
altro non era che una manifestazione della loro stupidità
e dei loro limiti di comprensione della società italiana
e delle spinte culturali che si agitavano al suo interno.

Sul piano della ricerca storica e del discernimento
l’esperienza delle Brigate Rosse mi sembra possa insegnare
di quanto sia importante l’analisi oggettiva e storica degli avvenimenti
e di quanto possa essere deletereo andare dietro alle parole d’ordine
da qualunque parte arrivino.

BLAISE2004

gennaio 30th, 2009

pillolo 76, 2009 Le elezioni del 1976 ed il compromesso storico

PILLOLO 79, 2009, gennaio

Le elezioni politiche del 20 giugno 1976 chiarirono a tutti
quale fosse la consistenza di ciascuna forza politica italiana.

Il PCI era migliorato arrivando al 34,4 % dei voti,
la DC si confermava come il Partito di maggioranza relativa con i 38,7% dei voti,
il PSI perse invece il 10 % dei voti,
il PSDI e il PRI ottennero poco più del 3% ciascuno
mentre i liberali con l’ 1,5% dei voti praticamente scomparsero,
il MSI scese del 6,1% ed infine i così detti partiti rivoluzionari
che si presentarono sotto la lista Democrazia proletaria
raggiunsero solo 1,5% dei voti
ed i radicali entrarono per la prima volta nel Parlamento
con appena l’1,1% dei voti.

Era chiaro quale fosse stato lo spostamento dei voti.
Nel momento in cui la DC ed il PCI si confrontavano
per conoscere chi dei due potesse aspirare al governo del paese:
le forse di destra si erano svuotate per confluire e rinforzare la DC
mentre le forze di sinistra alla destra ed alla sinistra del PCI
erano confluite nel Partito di Enrico Berlinguer.

La Morale della favola era che sia il PCI che la DC avevano vinto
ma nessuno dei due Partiti era in grado di governare senza l’altro.

Già l’anno precedente il presidente del PCI in un’intervista definita storica
a Giampaolo Pansa sul settimanale Epoca aveva dichiarato che
“se i comunisti avessero vinto le elezioni non avrebbero spinto l’Italia
fuori della NATO“, anzi, continuava Berlinguer,
con straordinaria franchezza e lucidità “la nostra uscita sconvolgerebbe
l’equilibrio internazionale.
Mi sento più sicuro stando di qua.”
Non era questa un posizione nuova per il PCI in quanto già teorizzata
fin dal 1973 nella dottrina politica dell’ “eurocomunismo”
che accomunava tutti i Partiti comunisti d’Europa.
Se non era una rottura definitiva con l’Unione sovietiva
rappresentava sicuramente un allontanamento.

Sarebbe stata sufficiente a rassicurare gli Stati uniti d’America
i quali, per bocca di John Volpe, ambasciatore americano a Roma,
si erano espressi in questi  termini sulla situazione europea:
“ il Portogallo era nella stretta della rivoluzione,
in Spagna il  regine di Franco era agli sgoccioli,
in Francia la sinistra unita sembrava sul punto di prendere il potere,
Grecia e Turchia erano ai ferri per Cipro
ed adesso l’ Italia sembrava alla vigilia di dover cedere il potere ai comunisti”.

Non c’ è da meravigliarsi se “l’economist” a quell’epoca definì il mediterraneo
“Il ventre molle della NATO“

La domanda.era questa: potevano gli Stati uniti d’America contare
su un’Europa così governata soprattutto in funzione della guerra fredda
con l’Unione sovietica ?
Ed infine potevano contare sull’Italia governata dai comunisti ?

Sicuramente non sarebbero state sufficienti  le teorie di Berlinguer
a convincere il governo americano
e di questo ne era convinto prima di tutto Berlinguer.

Come se non bastasse l’esperienza degli anni ‘70 aveva dimostrato
che in Italia erano presenti anche forse reazionarie e della destra eversiva,
annidate perfino negli apparati dello Stato, disposte a tentare
la strada del colpo si Stato e l’interruzione del processo democratico.

La situazione italiana era poi tormentata dal fenomeno del terrorismo armato
che  nasceva dall’anali errata dello sviluppo politico, economico e culturale
verso il quale si era avviato il paese e dal recupero di una filosofia.
vetero marxista di stampo leninista ormai superata dalla storia
Anche a questo proposito il PCI non vedeva però chiaro in certi fatti
tutti interni alla realtà italiana come per esempio su come mai,
quando nel 1976 quasi tutti i terroristi erano stati presi ed arrestati,
si era allentato la presa e si era fatto trascorrere circa un anno e mezzo
in modo tale che potessero riorganizzarsi.

Ma il vero problema dell’Italia erano, secondo il PCI di Berlingue,
 i cattolici e la Chiesa cattolica.
Tutto questo problema può essere riassunto nella celeberrima frase
del solito Enrico Berlinguer: “anche se nelle prossime elezioni
prendessimo il 51% dei voti non saremo in grado di governare da soli”.

Oltre a rassicurare gli americani occorreva non solo rassicurare
ma avere l’appoggio della Chiesa cattolica e dei cattolici italiani.

L’analisi di Berlinguer non era solo tattica
ma partiva dalla profonda convinzione
che, per il bene dell’Italia, la morale ed i principi cattolici
poteva e dovevano incontrarsi
con la morale le ed i principi del socialismo democratico,
convinzione che lo portava ad optare in politica
per un accordo del PCI con la DC ed il PSI,
qualunque fosse stato il risultato delle elezioni.

L’analisi e la proposta politica di Berlinguer
dovette però scontrasi con la realtà
che nella pratica non corrispondeva a quella delle sue aspirazioni
in quanto la Chiesa, dopo gli errori  riguardo al suo passato impegno politico,
con Giovanni XXIII era passata al disimpegno dalla politica
e soprattutto in quanto la DC aveva perso orami da tempo
i suoi connotati cristiani per diventare essenzialmente
un Partito di potere di natura conservatrice
che aveva fatto dell’occupazione dello Stato la sua fonte principale di voti.

Forse l’accordo sarebbe stato possibile con la DC
dei primi anni di De Gasperi ma non con la DC del 1976
e degli anni successivi !

Quale poteva essere una valida alternativa ?
Fu quella che fu messa in minoranza nel PCI la quale era sicura che,
se il PCI ed il PSI fossero rimasti all’opposizione
con intransigenza verso la DC, avrebbero di lì a poco
raggiunto insieme il fatidico 51% dei voti ed avrebbero potuto governare l’Italia.
Inoltre questa posizione partiva dalla convinzione, risultata poi vera e reale,
che la DC era ormai diventato fondamentalmente un Partito conservatore
il quale non avrebbe mai permesso una seria riforma dello Stato,
da tutti ormai considerata la prima e più importante riforma da fare,
in quanto era proprio nell’occupazione dello Stato che la DC fondava il suo potere.

Se l’analisi e la scelta politica del “compromessi storico” di Berlinguer,
come si è visto, mostrava al suo interno contraddizioni e debolezze,
era altrettanto vero che anche questa analisi e proposta politica
non ne era assolutamente esente.
Come avrebbero reagito gli Stati uniti d’America ?
Come avrebbero reagito le forze reazionarie dell’estrema destra,
i ceti medi e gli industriali nel momento in cui si sarebbe iniziato
a fare sul serio le riforme strutturali ?
Chi poteva evitare un colpo di Stato ?

Il “compromesso storico” fu in effetti una scommessa politica e culturale
la quale più che su una realtà certa, poggiava su singoli personaggi politici
come ad esempio Aldo Moro che avrebbe dovuto assumersi il compito
di tranquillizzare gli Americani, di risvegliare la cultura cristiana
all’interno della DC e di rassicurare i ceti medi e borghesi e gli industriali.

Insomma la strategia del “compromesso storico” si reggeva sui fili
in quanto, al di là dei disegni politici di Berlinguer e di Moro,
si fondava sulle paure reciproche: quella della DC di perdere il potere
e quella del PCI di andare incontro ad un colpo di Stato.

Il compito di trasformare queste paure in speranze
era affidato a due personaggi politici, Enrico Belinguer da una parte
ed Aldo Moro dall’altra.

BLAISE2004

gennaio 29th, 2009

pillolo 78, 2009 1968-1973: perchè le riforme non si fecero

PILLOLO 78, 2009, gennaio

Alla fine dobbiamo chiederci come mai la stagione delle riforme,
che andò dal 1968 al 1973, fu praticamente un insuccesso
se si mette in relazione alle ambizioni di partenza.

Per rispondere a questa domanda in maniera articolata
occorre partire tenendo di conto alcuni dati incontrovertibili.

Il Mezzogiorno d’Italia fu il grande assente
delle manifestazioni sindacali e politiche di questo periodo
a causa della mancata industrializzazione e modernizzazione
delle regioni del Sud.
La classe  operaia quindi era praticamente inesistente
come erano assenti i sindacati e i così detti Partiti  rivoluzionari
nelle pochissime fabbriche esistenti.
Le università erano ancora frequentate quasi esclusivamente
da studenti figli della borghesia e non si riscontrava al loro interno
la realtà degli studenti operai
come quella degli studenti figli degli operai e dei contadini.
Non essendoci fabbriche, anche gli effetti del boom  economico
non si fecero quasi sentire e la miseria continuò riguardare
la maggioranza delle persone.
Per non parlare della presenza diffusa su tutto il territorio
della delinquenza organizzata quale la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli
che bloccava ogni tentativo di cambiare questo stato di fatto.
Insomma la “rivoluzione culturale” degli studenti e “la  rivoluzione delle riforme”
della classe operaia e dei sindacati non poterono contare sulla partecipazione
e sulla spinta di questa grande quantità di persone e di cittadini.
In teoria il Mezzogiorno registrava condizioni quasi rivoluzionarie
ma le uniche insurrezioni che si manifestarono, quelle di Reggio Calabria
e di Battipaglia, dimostrarono che portavano all’aumento dei voti
dell’estrema destra e della destra cioè di quella realtà politica
che maggiormente si opponeva alle riforme.

Nel centro Italia, quella che veniva chiamata la Terza Italia,
caratterizzata dalla presenza della piccola industria
spesso a conduzione di carattere familiare,
i rapporti fra datori di lavoro ed operai erano meno tesi
di quelli che si registravano nelle grandi industrie del Nord.

Lo sfruttamento degli operai non era inferiore
ma la gestione di questo sfruttamento era più umana.
In agricoltura era scomparsa la mezzadria ed i contadini erano diventati
agricoltori possessori del terreno che lavoravano
e quindi poco interessati alle questioni che sollevavano
gli studenti e la classe operaia.
Ci furono scioperi e manifestazioni ma solo a rimorchio delle spinte
che venivano dal Nord, lo stesso si dica degli studenti universitari
che si limitarono ad andare di pari passo con questa realtà economica.
Anche in questo caso la “rivoluzione culturale” degli studenti
e la “rivoluzione delle riforme” della classe operaia e ei sindacati,
se trovarono appoggio, non trovarono però una spinta propulsiva.

Rimaneva solo il Nord d’Italia dove erano collocate le grandi industrie
e dove c’erano la classe operaia ed il movimento degli studenti più avanzati.
Anche in questo caso però i datori di lavoro,
essendosi accorti che la grande industria favoriva
l’organizzazione politica e sindacale della classe operaia,
avevano provveduto, dove era possibile,
a decentrare creando stabilimenti più piccoli e meglio controllabili.

Conclusione ?

La classe operai del Nord e del Centro e le forze politiche
che li rappresentava in parlamento, pur essendo la forza motrice
che mandava avanti l’economia di tutta l’Italia,
era però in minoranza del paese.

I così detti Patiti rivoluzionari rimasero una minoranza anche nel Nord.

Fu prevalentemente per questo che la stagione delle riforme
che andò dal 1968 al 1973 non riuscì a cambiare l’Italia
tanto è vero che i problemi che non furono affrontati e risolti allora
ce li troviamo da risolvere oggi
quando l’economia è in piena crisi.

Ma il problema dei problemi era e rimane anche oggi questo:
oggi come allora c’è qualche altra forza sociale, politica o religiosa
interessata a portare avanti una stagione di serie e profonde riforme
insieme alla classe operaia ?
Ci sarebbe, anche se sfortunatamente ancora non c’è,
e sono i cattolici italiani e la  Chiesa cattolica !

Se poi andiamo a vedere su cosa si fondava la “rivoluzione culturale”
proposta dai così detti Partiti rivoluzionari di quegli anni
era una sorta d rivolta contro l’autorità, il capitalismo,
l’individualismo, la repressione sessuale, il consumismo eccessivo
ed in parte la famiglia.
La proposta culturale della classe operaia era sempre la stessa e cioè quella
della solidarietà e dell’assunzione dei doveri e dei diritti.

A parte le contraddizioni delle proposte dei così detti Partiti rivoluzionari
che andrebbero analizzate una per una forse per scoprire che
così tanto rivoluzionarie non erano,
ed a parte anche le proposte della classe operaia che si rifacevano
in tutta evidenza al pensiero cristiano
erano destinate ad essere spazzate via dalla cultura relativista
che accompagnava la nuova ristrutturazione del capitalismo moderno
il quale si stava proponendo attraverso la società dei consumi.
Questa cultura relativista affermava infatti che tutte le proposte culturali
non servivano a niente in quanto ognuno era libero di individuare
la propria proposta e di seguirla.
Ogni orizzonte di oggettività doveva scomparire
ed ognuno doveva fare riferimento alla propria soggettiva,
l’unica che contava veramente, purchè nei limiti della legge.
Anche il problema del capitalismo e del non capitalismo,
se fosse più giusto il primo o il secondo,
non aveva senso in quanto lo scopo era avere i soldi per consumare sempre di più
qualunque sistema si adottasse.
Allo stesso modo della famiglia o della non famiglia
in quanto non c’era quella soluzione che rappresentava il bene o il male
ed ognuno doveva scegliere come meglio credeva.

Fu questa la cultura che vinse e dominò fino ai giorni nostri.

BLAISE2004

gennaio 29th, 2009

pillolo 77, 2009 Come rispondere alla strategia violenta dei conservatori e della destra ?

PILLOLO 77,we 2009, gennaio

Abbiamo visto quali erano gli avversari delle riforme
a cui si era cercato di dare avvio sotto la spinta
dei così detti Partiti rivoluzionari del ‘68,
dei Sindacati e della classe operaia ma si trattava solo di avversari
che trovavano la loro forza nel consenso democratico
anche se conservatore della maggioranza degli italiani.

Nel 1969 e precisamente il 12 dicembre,
soprattutto gli studenti universitari più giovani
si accorsero di avere dei veri e propri nemici
che non scherzavano e facevano sul serio.

Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplose
alla banca Nazionale dell’Agricoltura,
in Piazza Fontana a Milano provocando 16 morti e 88 feriti.
Per la maggior parte le vittime erano agricoltori e commercianti
giunti lì per la loro visita settimanale alla banca.

Lo stesso giorno altre 2 bombe del medesimo tipo
scoppiarono a Roma ferendo 18 persone.

Mentre gli studenti parlavano di “fantasia al potere”
scimmiottando il filosofo Marcuse e si interessavano
alle esperienze delle “comuni” insieme al cercare di fare
un po’ di politica anche se una parte degli studenti più grandi e maturi
avevano giù preso contatti con la classe operaia,
arrivano le bombe.

Mi ricordo che quel 12 dicembre mi trovavo nella mia facoltà
presso l’università di Firenze e tutti cademmo nello sgomento più totale.

Era certo che quelle bombe non erano state messe per intimorire
gli agricoltori ed i commercianti agricoli, allora per chi
erano state messe ?

Ci volle ben poco tempo per comprendere che quelle bombe
erano state messe contro di noi e contro quello che stava accadendo
in quegli anni nelle università e nelle fabbriche con il chiaro intento
di farci capire che non intendevano assolutamente parlare e confrontare con noi
ma che ci avrebbero in qualche modo eliminati
se continuavamo su questa strada.

Ma il segnale ancor più sconcertante doveva ancora accadere.
La polizia ed il Ministero degli Interni annunciarono,
con fretta non giustificata, che i responsabili erano da ricercare
tra gli anarchici e fu così che Pietro Valpreda, un ballerino anarchico,
venne subito accusato in base alla testimonianza del tassista Cornelio Rolandi.
Valpreda trascorrerà 3 anni nelle patrie galere in attesa di processo
e solo nel 1985 sarà prosciolto da ogni accusa.

Un altro anarchico, il ferroviere Giuseppe Pinelli, fu arrestato
la stessa notte della strage di Piazza Fontana
e trascorse le successive 48 ore nella questura di Milano.
Il 15 dicembre, appena dopo mezzanotte, morì cadendo dalla finestra
dell’ufficio del commissario Calabresi mentre erano presenti
un tenente dei carabinieri e quattro brigadieri di polizia.
Secondo la versione ufficiale, Pinelli si suicidò.
In una conferenza stampa tenuta la stessa notte il questore di Milano,
Guida, annunciò che l’alibi di Pinelli si era rivelato falso
e che era gravemente implicato nell’organizzazione della strage.
Sei anni dopo un tribunale stabilì che Pinelli non era stato coinvolto
nella strage di piazza Fontana anche se a tutt’oggi restano sconosciute
le cause della sua morte.

Nessuno di noi credette alle versioni del Ministero degli Interni,
della polizia e del questore anche perché gli studenti dell’area anarchica
vennero subito a trovarci ed a dirci che loro vedevano di buon occhio
quello che stava succedendo nelle università e nelle fabbriche
anche se non credano in una buona riuscita.

Insomma loro non c’entravano niente con la strage di Piazza Fontana.

Non potevano essere stati che i fascisti

Ed allora apparve chiaro anche lo scopo che si voleva raggiungere
attraverso la strage di Piazza Fontana era quello di creare un clima
di paura fra la gente in modo che fosse poi accettato anche un colpo si Stato
per restaurare l’ordine sulla scia di quello che era avvenuto in Grecia
proprio in quegli anni con la dittatura dei colonnelli greci.

Se la nostra ipotesi era giusta la strage di Piazza Fontana era
solo la prima di tante altre stragi come in effetti fu
e per questo simile periodo fu chiamato “strategia della tensione”.

Per quanto riguardava poi gli anarchici sarebbe stata sufficiente
un po’ di conoscenza storica per sapere che non si sarebbero mai abbassati
a fare una strage di persone comuni in quanto nella loro storia
si erano sempre interessati agli attentati verso persone illustri e simboliche.

Lentamente ma inesorabilmente la versione della polizia
sulla responsabilità degli anarchici cominciò a disintegrarsi
ed iniziò a farsi strada una spiegazione più allarmante.
Le prove che la polizia aveva deciso di ignorare
portavano non agli anarchici bensì a un gruppo neofascista del Veneto
facente capo a Franco Freda e Giovanni Ventura.
Ciò che a questo punto destava maggiore preoccupazione
era però lo stretto legame che Giovanni Ventura aveva con Guido Giannettini,
un agente del SID (servizio informazioni della Difesa).
Giannettini, oltre a far parte del SID,
era un fervente sostenitore del MSI (un Partito di ispirazione fascista).
Cominciò così a farsi largo fra la magistratura, e sono solo fra gli studenti
e gli operai, che il quadro che stava venendo fuori era molto inquietante
in quanto metteva in evidenza i rapporti fra membri del servizio segreto
e gruppi dell’estrema destra.

L’anno 1970 chiarì ancora meglio come stavano le cose.
Con la scusa della “sicurezza nazionale” ai magistrati che indagavano
sulla bomba di piazza Fontana venne impedito l’accesso agli schedari del SID
riguardanti l’attività di Giannettini e di altri agenti.
Insomma, lo Stato italiano preferiva insabbiare il tutto.

Come se non bastasse nella notte fra il 7 e l’8 dicembre 1970
il principe Valerio Borghese, comandante della X Mas durante
la repubblica di Salò, tentò un colpo di Stato.
Le truppe di Borghese riuscirono ad occupare il ministero degli Interni
per alcune ore ma, dopo una telefonata a cui sicuramente Borghese rispose
ma si è mai saputo chi l’avesse fatta, si ritirò senza sparare un colpo.

L’opinione pubblica venne a conoscenza di questo fatto solo nel mese di marzo
ma noi studenti di Firenze lo sapemmo il giorno dopo
informati dagli studenti di Roma.

Nel 1974, dopo molti rinvii, quattro generali vennero accusati
di complicità nel tentato colpo di Stato di Borghese
ed uno di questi era Vito Miceli, il capo dei servizi segreti.
Nel processo che ne seguì vennero tutti assolti.

Una cosa era chiara, era cambiata un’epoca ed eravamo entrati
in un’altra ben più violenta e rischiosa e gli studenti dovevano prenderne atto
e cambiare la propria strategia politica.

Non a caso Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse,
nel suo memoriale ha scritto che le Brigate Rosse nacquero
come risposta armata alla strategia violenta di una parte del capitalismo,
di spezzoni dello Stato e delle frange armate dell’estrema destra.

Comunque uno la pensi dell’esperienza delle Brigate Rosse,
non si può dire che l’analisi di Curcio fosse sbagliata.

La domanda era questa: come rispondere alla violenza che proveniva
dalla destra conservatrice d’Italia ?

BLAISE2004

gennaio 28th, 2009

pillolo 76, 2009 il ’68 (parte quinta)

PILLOLO 76, 2009, gennaio

Pur all’interno delle negatività che ogni soggetto politico
portava nella scena politica del ‘68 e del subito dopo ‘68
e che elencherò qui sotto, l’Italia entrò per la prima volta
all’interno di una stagione di riforme
come non si sarebbe mai verificata nel corso della sua storia moderna,
segno che il movimento del ‘68 era stato in grado
di smuovere le acque della cultura e della politica italiana.

Questo va riconosciuto a quei gruppuscoli borghesi
e pseudo rivoluzionari nati dal ‘68.

La DC, sebbene ancora tutta unita, era allo sbando
e divisa in un’infinità di correnti in lotta fra di loro
senza chi si arrivasse ad una sintesi in quanto per la prima volta
si trovava di fronte alla necessità di trovare una nuova strada
che non fosse quella trasformistica che aveva adottato fino ad allora.

Il PSI passava da una scissione ad una riunificazione per poi passare
ad un’altra scissione, segno che in Italia la cultura socialista
non riusciva a trasformarsi in azione politica come invece avveniva
nel resto del’Europa.

Il PCI si barcamenava nelle solite contraddizioni che erano presenti
fin dal suo nascere le principali delle quali erano quella dell’agire
all’interno di uno Stato liberale, di diritto e democratico ed allo stesso tempo
del non riconoscere il ruolo determinate del pensiero liberale
rispetto al pensiero marxista e l’altra che era quella della condanna
in toto del sistema di potere capitalistico ed allo stesso tempo
di non individuare un sistema diverso.

I così detti Partiti rivoluzionari del ‘68 altro non proponevano
che una visione dello Stato e della democrazia vetero marxista e comunista
che già stava dando cenni di cedimento in quei paesi dove era stata realizzata
ed allo stesso tempo cercavano di esercitare forme di democrazia diretta
nelle loro assemblee e nelle assemblee che organizzarono con gli operai.

Gli industriali, i quali non si resero conto del fatto che si stava entrando
in una nuova fase del capitalismo in cui dal problema della classe operaia
al problema dei costumi di vita tutto doveva essere rivisto,
vivevano per questo il loro ruolo di guida dell’economia
solo con paura e preoccupazione almeno fino al 1974,
anno a cui si può far risalire una loro presa di coscienza
del futuro verso il quale era proiettata l’Italia.

Malgrado ciò, i Partiti politici al potere furono costretti
a cercare di dare una risposta alla dilagante richiesta
di cambiamento che veniva dalle masse e dalle fabbriche.

Nel 1970, 22 anni dopo la disposizione costituzionale che le prevedeva,
avvenne l’istituzione delle regioni.
Ogni regione eleggeva il proprio consiglio regionale, aveva poteri
più estesi di quelli concessi ai comuni e alle province e aveva inoltre
la possibilità di legiferare sui maggiori problemi (salute, assistenza, agricoltura).

L’istituzione delle regioni come pure l’introduzione del referendum, anch’esso
già previsto dalla costituzione ma mai attuato, furono sicuramente
dei passi in avanti verso il decentramento ed offrirono ai cittadini
l’opportunità di esercitare un minimo di controllo sulle decisioni prese.
Molto comunque restava incompiuto e da fare.
La distanza tra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta
richiesta dagli operai e dagli studenti, rimaneva un problema irrisolto.
Le regioni ottennero stanziamenti e personale insufficienti
ed inoltre la loro istituzione non fu accompagnata da alcun serio tentativo
di eliminare le peggiori realtà della pubblica amministrazione.
Nulla infatti impedì ai governi regionali di diventare nuovi depositi
per abusi di potere.

Fu rivisto il trattamento pensionistico.
A chi andava in pensione dopo 40 anni di lavoro la nuova legge
garantiva il 74% del salario medio degli ultimi 5 anni.
Anche questo era un salto in avanti ma solo di principio
e per le generazioni future in quanto lasciava irrisolto
il problema di una pensione equa e automatica
per chi non poteva dimostrare di avere avuto un impiego regolare
quando la realtà della maggiorana degli operai era quella
di essere stati costretti ad aver lavorato in nero fin da quando erano dei ragazzi
e senza versamenti di contributi di alcun genere.

Nel 1970,  per merito della grande determinazione
del socialista Giacomo Brodolini fu approvato
lo Statuto dei Lavoratori: diritto di assemblea, di organizzazione sindacale,
di tutela dai lavori pericolosi e soprattutto di appellarsi
alla magistratura contro i licenziamenti ingiusti.
Per la prima volta e soprattutto nelle preture del Centro Nord,
i giudici si pronunciarono a favore dei lavoratori.
L’Italia aveva finalmente una legge sul lavoro non più unilaterale
nell’impostazione e nell’applicazione.
Ma questa legge arrivò quando il nuovo capitalismo
aveva già scelto altre strade più raffinate ed in apparenza meno violente
per il controllo della classe operaia puntando sul controllo
della sua coscienza e delle sue aspirazioni.

Il 1970 segnò anche la conclusione della lunga lotta
per introdurre il divorzio in Italia
con l’approvazione della legge Fortuna-Baslini
con 325 voti favorevoli e 283 contrari,
segno che molti democristiani e cattolici
avevano votato a favore della legge sul divorzio.
Molti hanno visto in questo fatto principalmente
una sconfitta dell’ingerenza della Chiesa cattolica
nella politica mentre io sostengo invece che questo
testimoniò la pochezza della cultura cattolica
che non era stata in grado di trasmettere
neppure fra coloro che si definivano cattolici
l’importanza della indissolubilità del matrimonio
che ovviamente non poteva esser imposta a nessuno
attraverso una legge dello Stato
ma che poteva e doveva essere praticata con coerenza
dai cattolici a testimonianza dell’importanza sociale del loro credo religioso.

Un discorso a parte va fatto per la riforma della casa
che divenne legge nell’ottobre 1971.
La legge fu accompagnata da manifestazioni e scioperi
fino alla data della sua legiferazione e per la prima volta
l’ opposizione parlamentare potè contare
su una pressione che veniva dal basso.
Ma la legge di riforma della casa fu praticamene sabotata
e resa quasi impossibile da applicare dai suoi oppositori,
soprattutto parlamentari e senatori della DC,
i quali furono lasciati liberi di presentare
tutti gli emendamenti che volevano
pur di rendere la legge di difficile applicazione.

Infatti sebbene fossero stati stanziati più di 1.000 miliardi
per un nuovo piano di edilizia pubblica, nel gennaio del 1974
risultavano spesi solo 42 dei 1062 miliardi stanziati.

Dall’esperienza dell’applicazione della riforma della casa
emerse che il primo che doveva essere riformato era lo Stato italiano
e la sua burocrazia che sembrava essere messa lì
non per risolvere e semplificare i problemi ma per renderli complicati
e di difficile soluzione.
Si rese manifesto che l’apparato burocratico dello Stato
non solo non era efficiente per le ragioni clientelari che avevano presieduto
alla sua immissione all’interno del sistema
ma era un vero e proprio potere o contro potere dentro lo Stato
che rispondeva alle necessità ed ai progetti
delle classi sociali più ricche e potenti del paese.

Le altre riforme avanzate dai sindacati nei settori
della scuola e dei trasporti non trovarono alcun successo .

Ma la riforma delle riforme allora come oggi,
era la riforma fiscale.
In questo campo si registrò qualche progresso con l’introduzione
del sistema di tassazione progressiva ma non si toccò
la radice dell’ingiustizia fiscale denunciata dagli operai e dai sindacati
e cioè mentre per i lavoratori dipendenti le tasse venivano dedotte alla fonte
per i lavoratori autonomi non era assolutamente così.

Come si può ben vedere la DC e le classi dominanti
adottarono la stessa strategia del “gattopardo”: cambiare un po’ tutto
per non cambiare niente nella sostanza” oppure quella del proverbio
“molto fumo ma poco arrosto”.

Un’altra volta la classe operaia si dimostrò incapace, se rimaneva da sola,
di avere la forza di cambiare democraticamente le cose che nella sostanza
voleva dire fare delle riforme serie per il bene del paese e per salvaguardare
gli interessi delle classi socio-economiche più deboli.

Né fu sufficiente l’appoggio, anche se colmo di contraddizioni,
dei Partiti rivoluzionari nati dal ‘68 in quanto anche così
la classe operaia rimaneva una minoranza all’interno del paese.
Mentre la classe operaia, i Sindacati e la”sinistra” in generale
si interrogavano su questo problema reale
e cioè sulle necessarie alleanze politiche e sociali
determinanti per il cambiamento e le riforme,
i Partiti così detti rivoluzìonari, o almeno una parte di essi,
di fronte alla cocente ed oggettiva sconfitta
di tutta quella realtà che si era mossa a seguito del ‘68,
presero altre strade come vedremo altrove.

BLAISE2004