Pubblicato da: blaise2004 venerdì, gennaio 9th, 2009

pilllo 442 – le riforme mancate

PILLOLO 442, gennaio 2009

Un discorso a parte merita la Democrazia cristiana
in quanto fu l’ultima nata, dopo il Partito socialista
ed il Partito comunista e perché ha poi dominato incontrastata
la scena politica italiana per circa mezzo secolo
a partire dal dopo guerra.

Cos’era la Democrazia Cristiana negli anni cruciali e terribili
del 1943-45 quando si decideva la sorte dell‘Italia ?

Prima di tutto va detto che la Democrazia Cristiana
venne fondata a Milano nel settembre del 1942.
Il gruppo fondatore della DC era composto
da pochi dirigenti del vecchio Partito popolare di don Sturzo i quali,
dopo il suo forzato esilio in America, erano completamente allo sbando,
divisi da litigi continui e senza una precisa linea politica e culturale
e da uno sparuto gruppo di cattolici antifascisti guidati da Pietro Malvestiti.
A loro si sarebbero presto uniti i giovani militanti
dell’Associazione laureati cattolici in cui militavano Aldo Moro e Giulio Andreotti.
Insomma pochi individui, male assortiti, senza una precisa identità politica
e soprattutto senza un legame con la popolazione e con le masse
e dei quali si può dire che erano poco più di un accozzaglia di intellettuali.

Se poi si va a vedere quali fossero i primi programmi politici
che riuscirono a mettere insieme, di essi si può dire che per lo meno
non erano del tutto chiari e coerenti:
la fratellanza cristiana andava di pari passo con la difesa e l’incoraggiamento
della proprietà contadina e del piccolo commercio.
Si prevedeva che il proletariato si sarebbe dissolto in una nazione
di piccoli proprietari ed allo stesso tempo si stimolavano
gli operai a partecipare all’aziende.
Si auspicava la riforma del latifondo
ed allo stesso tempo si paventava una generica opposizione
alle ”ambizioni imperiali del capitalismo plutocratico”.
Tutto questo faceva parte, almeno sulla carta, del programma democristiano.

Su queste contraddittorie aperture verso la classe operaia e verso in contadini
si gettò avidamente il Partito comunista italiano per dimostrare
la natura “progressiva”, così la chiamò Togliatti, del nuovo partito cattolico.

Sappiamo benissimo che Togliatti intravedeva
che solo dall’unione della cultura cattolica con quella socialista
e da un governo di unità nazionale insieme ai socialisti ed ai cattolici
potevano nascere in Italia le uniche speranze per intraprendere
un cammino per serie riforme ed è solo per questo che il Partito comunista
applaudì alla nascita di un nuovo partito cattolico e non perché questo partito
fosse in grado di proporre una piattaforma politica coerente
sulla quale confrontarsi.
Insomma, Togliatti era fermamente convinto che occorresse mettere da parte
tutti quegli elementi che potevano dividere e mettere in evidenza,
anche in maniera spropositata, gli elementi che potevano unire
i comunisti, i socialisti ed i cattolici.

Questo ovviamente favorì la nascita della Democrazia cristiana
in quanto si trovò di fronte un Partito comunista
il quale era ben contento della sua nascita.

La vera fortuna del nascente partito cattolico fu però la presenza
di Alcide De Gasperi il quale riuscì a rinsaldare il primo gruppo dirigente,
a diventare fino dal 1943 il leader indiscusso della DC
e a proporre una prima seria linea politica.

Durante la lotta di liberazione, quando il suo partito era ancora agli inizi
ed i comunisti predominavano nelle fabbriche e nella Resistenza,
De Gasperi vide i vantaggi e la necessità di cooperazione
ma considerò sempre questa collaborazione come un rapporto innaturale
ed una coabitazione forzata e non un’alleanza duratura
come invece avrebbe voluto Togliatti.

Si rilevarono in questo le capacità tattiche di De Gasperi
sicuramente apprese durante la frequentazione di don Luigi Sturzo
ma le sue capacità politiche e strategiche si evidenziarono nell’intuizione
di un partito politico pronto a governare l’Italia del XX secolo:
un partito cattolico di massa moderato il quale frenasse le pressioni conservatrici
del Vaticano da una parte e dall’altra quelle del radicalismo cristiano.
Secondo De Gasperi sarebbe stato un partito che poteva trionfare
non tanto nella sfera dell’attivismo quanto nelle urne individuando in questo
l’anima vera e profonda delle masse italiane, un’anima moderata e non disposta
a lasciarsi coinvolgere lungo strade troppo avventurose ed impegnative,
specialmente l’anima delle masse cattoliche e del Mezzogiorno,
delle donne, dei contadini, dei ceti medi, degli artigiani,
degli imprenditori e dei liberi professionisti.
Ma comunque il successo elettorale della DC naturalmente
dipendeva largamente dall’atteggiamento della gerarchia ecclesiastica.
Pio XII adottò, e siamo verso la fine degli anni ’30, inizialmente
verso la politica un contegno che lui stesso definì agostiniano,
ispirato cioè a Sant’Agostino il quale nella “Città di Dio” aveva contrapposto la “città terrena”, dominata dall’amore dell’uomo verso sé stesso
e tesa al benessere temporale, alla “città celeste”, dominata dall’amore verso Dio
e tesa alla pace eterna.
Dal momento che la città terrena era sempre imperfetta,
Pio XII poteva affermare che il livello particolare di imperfezione raggiunto
dai regimi nazista e fascista aveva poca importanza.
Questo, per inciso, non valeva ovviamente per la Russia comunista di Stalin
e neppure per i comunisti italiani che furono di lì a poco scomunicati.

E’ noto infatti che Pio XII auspicava che in Italia si potesse ripetere
ciò che era avvenuto in Spagna con Franco
cioè un regime cattolico forte ed autoritario
ma a differenza della Spagna, l’Italia aveva contribuito a scatenare
la seconda guerra mondiale ed aveva perso
ed allora era occupata dai nazifascisti e dagli Alleati
impegnati in una guerra furibonda e soprattutto c’era una Resistenza
vivace ed armata che non avrebbe mai permesso una soluzione alla spagnola.

Con il 1943 Pio XII fu costretto a cambiare idea,
abbandonò sant’Agostino alle catechesi
ed il Vaticano cominciò a prendere in esame, anche se cautamente,
l’idea di muoversi verso la Democrazia cristiana di De Gasperi.
Sta di fatto che l’appoggio della Santa Sede alla DC trasformò
a partire dal 1944, dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati,
questo partito da essere un laboratorio di discussione
in un vero partito di massa.

Infatti l’Azione cattolica spostò i suoi 300.000 membri a fianco del nuovo partito
mentre contemporaneamente si richiese al clero parrocchiale
di parlare apertamente a favore della DC.

Un altro grosso contributo venne alla DC anche
dalle varie organizzazioni fiancheggiatrici create allo scopo di radicare
il nuovo partito nella società italiana: la più importante
fu la Coldiretti, l’Associazione cattolica dei coltivatori proprietari,
fondata da Paolo Bonomi nel 1944.

Questa Associazione fra l’altro sfruttò abilmente
la tradizionale ostilità del contadino meridionale verso lo Stato
badando bene anche di indottrinarlo riguardo al fatto che
sotto un eventuale regime comunista,
tutta la terra sarebbe stata immediatamente nazionalizzata.
Per non parlare delle ACLI, l’Associazione dei lavoratori cattolici,
fondata nello stesso periodo, la quale però ebbe all’inizio
meno successo della Coldiretti per il fatto che nelle fabbriche
le ambiguità erano decisamente inferiori rispetto ai contadini proprietari
e dove la lotta di classe era più evidente dell’essere cattolici.

Lentamente anche gli industriali che provenivano dal pensiero liberale
e non da quello popolare, non appena si resero conto che la DC
aveva l’appoggio della Chiesa cattolica e degli Alleati, cioè dei futuri vincitori,
non trovarono più niente che ostacolasse il proprio avvicinamento
al nuovo partito cattolico di De Gasperi anche perchè questo
aveva fatto propri gli ideali del liberalismo.

Se il periodo però del 1943-45 si guarda però sotto il punto di vista delle riforme
il discorso cambia completamente.
Se c’è un tema nella storia politica italiana del dopoguerra che si ripropone
quasi ossessivamente è proprio quello della necessità di serie riforme
e dell’incapacità di attuale.

Sotto questo aspetto questo fu uno dei tanti periodi mancati.

Gli Alleati non erano assolutamente interessati a provocare
un periodo storico di riforme e auspicavano piuttosto che l’Italia
avesse un governo facilmente manovrabile
e soprattutto un’economia non troppo sviluppata ed alle dipendenze della loro.

La Chiesa cattolica per ovvi motivi di cui ho parlato altrove,
spingeva verso una politica moderata se non conservatrice

Gli industriali ed i capitalisti italiani avevano in mente
un capitalismo prima maniera e non erano in grado di individuare la forza trainante
che questo già aveva nelle società a capitalismo avanzato e maturo.

Insomma, la Democrazia cristiana mostrava al suo interno
quel il blocco sociale, economico e culturale
che ha sempre bloccato la sua anima riformatrice.

Ciò nonostante il vecchio ordine su cui si fondava la società italiana,
soprattutto al Centro ed al Nord, era stato scosso e non poteva più essere riproposto.

I ceti più poveri della campagna, spinti alla lotta dall’asprezza degli anni di guerra,
chiedevano che fosse posto fine a secoli di sfruttamento
e che si riformasse l’interso sistema di possesso della terra e dei patti agrari.
Gli scioperi di massa della classe operaia settentrionale
non avevano un’aspirazione puramente antifascista e democratica
ma scaturivano dalle condizioni materiali degli operai,
dal freddo e dalla fame, ma anche dalle case degradate,
dallo sfruttamento alla catena di montaggio
e dalla mancanza di potere sul posto di lavoro.
Per loro la lotta contro i nazisti e la battaglia per una nuova dignità
in quanto esseri umani, sia a casa che in fabbrica, andavano di pari passo.

Chi sa se il Partito comunista avesse utilizzato queste spinte
che provenivano dal basso e dalla società per esercitare delle pressioni
sulla DC, come sarebbe andata la situazione e se De Gasperi
avrebbe trovato il coraggio di opporsi alle forze conservatrici
che si trovavano all’interno del suo partito e nella società ?

Invece Togliatti, preoccupato di affermare la legittimità dei comunisti italiani
subordinò a questo obbiettivo tutto, anche le riforme
e le spinte che venivano dalla società, all’unità nazionale
secondo anche i dettami che gli venivano dai sovietici
i quali lo invitavano a non disobbedire ed a non provocare gli Alleati.

Questi anni per tanti versi così decisivi per la storia italiana e per la sua democrazia
furono però un’occasione perduta per le riforme che potevano essere fatte.

Chi sa se la Chiesa fosse stata diversa,
se i comunisti italiani fossero stati più autonomi dall’Unione sovietica,
se la DC non fosse stata quella balena bianca che tutti abbiamo conosciuto,
se gli Alleati non avessero pensato prima di tutto ai propri interessi,
Chi sa se, chi sa se…. ma, come sempre si dice quando si ragiona così,
con i se e con i ma non si fa la storia.

Ho cercato di dirvi come sono andate le cose
con il massimo di obiettività che mi era possibile
in modo tale che ciascuno tragga le proprie conclusioni.

Con questo non voglio assolutamente dire che io
non abbia tratto le mie conclusioni ma questa volta
me le tengo per me anche se sono convinto che ve le immaginate.

BLAISE2004

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Category: Blaise2004 / storia
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