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pillolo 73, 2009 Il ’68 (parte seconda)
PILLOLO 73, 2009, gennaio
Sebbene vi fossero state avvisaglie
anche durante l’anno accademico 1966-67,
la vera esplosione della rivolta universitaria partì nell’anno 1967-68.
La prima università ad essere occupata su quella di Trento
fondata nel 1962 da intellettuali cattolici della sinistra democristiana.
Essa era pubblica e specializzata in sociologia ed avrebbe dovuto preparare
una moderna èlite cattolica capace di analizzare e dirigere
i complessi processi di trasformazione in atto in Italia.
Gli studenti in rivolta rifiutarono prima di tutto il ruolo loro assegnato
dall’università e nel corso di sit-in e assemblee essi cercarono
piuttosto di formulare un’analisi marxista della figura sociale dello studente,
considerato dal sistema al potere
come una merce selezionata ed accuratamente formata
per essere venduta sul mercato intellettuale gestito dal capitalismo.
A novembre del 1967 l’esempio di Trento fu seguito
dall’Università Cattolica di Milano, un’istituzione privata
che aveva fornito alla DC molti dei suoi più importanti dirigenti.
Causa prima dell’agitazione fu in questo caso un aumento delle tasse
ma presto, come dappertutto, furono questioni più globali
a dominare la discussione delle assemblee studentesche.
Il 27 novembre 1967 fu la volta di Torino.
L’occupazione della facoltà di Lettere a Palazzo Campana
doveva fissare il tono di molte altre occupazioni
che sarebbero seguite in tutta Italia.
Un aspetto unificante di tutte le occupazioni era il rifiuto totale
delle proposte di riforma universitaria avanzate dal democristiano
Luigi Gui, ministro della Pubblica istruzione,
il quale voleva reintrodurre alcuni limiti d’accesso
e stabilire tre differenti livelli di laurea.
Il progetto di creare delle rigide gerarchie tra gli studenti
andava in direzione opposta alle richieste di quest’ultimi
incentrate su un maggior egualitarismo
e sulla riduzione della distanza esistente tra studenti lavoratori
e studenti a tempo pieno, vale a dire gli studenti figli di papà.
Inoltre a Torino per la prima volta furono messi in discussione
i metodi d’insegnamento, il contenuto dei corsi e gli esami.
Dal dicembre 1967 al febbraio 1968 il movimento studentesco
si diffuse per tutto il paese finchè anche le università più addormentate
delle Province e del Meridione furono coinvolte nella lotta.
Ma l’occupazione che segnò una svolta all’interno del movimento universitario
fu quella dell’Univesità di Roma nel febbraio 1968.
La polizia intervenne per sgomberare la facoltà ed allora gli studenti cacciati
si ritrovarono a Piazza di Spagna e decisero di rioccupare la facoltà di Architettura
che sorgeva isolata dentro il parco di Villa Borghese.
La polizia caricò di nuovo per bloccarli ma questa volta gli studenti
risposero accettando lo scontro.
Macchine ed autobus furono dati alle fiamme, 46 poliziotti finirono all’ospedale
ed un imprecisato numero di studenti rimase ferito.
La “battaglia di Valle Giulia” rappresentò una svolta perché
fino al quel momento il movimento studentesco era stato relativamente pacifico
mentre da allora in poi polizia e studenti si odiarono reciprocamente
e molti studenti cominciarono a scendere in corteo già attrezzati
per lo scontro muniti di caschi da motocicletta per difendersi
ed anche di altro per contrattaccare.
Qualche fotografo infatti da allora in poi documentò la presenza
anche di qualche pistola fra gli studenti.
Non ha caso ho affermato che il movimento studentesco era stato
“relativamente pacifico” in quanto le ideologie a cui faceva riferimento
non erano certamente pacifiste bensì prevedevano e mettevano in conto
l’uso della forza per il raggiungimento degli scopi.
Segno premonitore erano le assemblee universitarie condotte avanti
con metodi per nulla democratici e dove chi la pensava diversamente
difficilmente poteva parlare o concludere un discorso.
D’altra parte va messo in conto che la classe politica al potere,
invece di aprire un confronto con il movimento studentesco
per verificare se era possibile individuare una strade per le riforme,
decise di risolvere il problema con l’intervento della polizia.
Ma il vero problema stava tutto sull’analisi
della funzione e dell’essere del sistema di potere capitalistico.
Mentre la DC ed il PSI, vale a dire i Partiti al governo dell’Italia,
erano ormai convinti che il sistema di potere capitalistico
non rappresentasse una minaccia per lo sviluppo del paese
e che tutt’ al più andasse controllato e diretto,
il movimento studentesco invece, in linea con una vetero analisi marxista,
era convinto che fosse la fonte di tutte le ingiustizie.
Né il PCI, il quale era ancora legato al marxismo
ed all’Unione sovietica, poteva essere un interlocutore
per il movimento studentesco del ‘68 in quanto
aveva ormai definitivamente optato per la via democratica
per conquistare il potere in Italia e quindi mal si conciliava
con i metodi alquanto sbrigativi, pressappochisti e velleitari
del movimento studentesco.
BLAISE2004