Pubblicato da: blaise2004 giovedì, gennaio 29th, 2009

pillolo 78, 2009 1968-1973: perchè le riforme non si fecero

PILLOLO 78, 2009, gennaio

Alla fine dobbiamo chiederci come mai la stagione delle riforme,
che andò dal 1968 al 1973, fu praticamente un insuccesso
se si mette in relazione alle ambizioni di partenza.

Per rispondere a questa domanda in maniera articolata
occorre partire tenendo di conto alcuni dati incontrovertibili.

Il Mezzogiorno d’Italia fu il grande assente
delle manifestazioni sindacali e politiche di questo periodo
a causa della mancata industrializzazione e modernizzazione
delle regioni del Sud.
La classe  operaia quindi era praticamente inesistente
come erano assenti i sindacati e i così detti Partiti  rivoluzionari
nelle pochissime fabbriche esistenti.
Le università erano ancora frequentate quasi esclusivamente
da studenti figli della borghesia e non si riscontrava al loro interno
la realtà degli studenti operai
come quella degli studenti figli degli operai e dei contadini.
Non essendoci fabbriche, anche gli effetti del boom  economico
non si fecero quasi sentire e la miseria continuò riguardare
la maggioranza delle persone.
Per non parlare della presenza diffusa su tutto il territorio
della delinquenza organizzata quale la mafia in Sicilia e la camorra a Napoli
che bloccava ogni tentativo di cambiare questo stato di fatto.
Insomma la “rivoluzione culturale” degli studenti e “la  rivoluzione delle riforme”
della classe operaia e dei sindacati non poterono contare sulla partecipazione
e sulla spinta di questa grande quantità di persone e di cittadini.
In teoria il Mezzogiorno registrava condizioni quasi rivoluzionarie
ma le uniche insurrezioni che si manifestarono, quelle di Reggio Calabria
e di Battipaglia, dimostrarono che portavano all’aumento dei voti
dell’estrema destra e della destra cioè di quella realtà politica
che maggiormente si opponeva alle riforme.

Nel centro Italia, quella che veniva chiamata la Terza Italia,
caratterizzata dalla presenza della piccola industria
spesso a conduzione di carattere familiare,
i rapporti fra datori di lavoro ed operai erano meno tesi
di quelli che si registravano nelle grandi industrie del Nord.

Lo sfruttamento degli operai non era inferiore
ma la gestione di questo sfruttamento era più umana.
In agricoltura era scomparsa la mezzadria ed i contadini erano diventati
agricoltori possessori del terreno che lavoravano
e quindi poco interessati alle questioni che sollevavano
gli studenti e la classe operaia.
Ci furono scioperi e manifestazioni ma solo a rimorchio delle spinte
che venivano dal Nord, lo stesso si dica degli studenti universitari
che si limitarono ad andare di pari passo con questa realtà economica.
Anche in questo caso la “rivoluzione culturale” degli studenti
e la “rivoluzione delle riforme” della classe operaia e ei sindacati,
se trovarono appoggio, non trovarono però una spinta propulsiva.

Rimaneva solo il Nord d’Italia dove erano collocate le grandi industrie
e dove c’erano la classe operaia ed il movimento degli studenti più avanzati.
Anche in questo caso però i datori di lavoro,
essendosi accorti che la grande industria favoriva
l’organizzazione politica e sindacale della classe operaia,
avevano provveduto, dove era possibile,
a decentrare creando stabilimenti più piccoli e meglio controllabili.

Conclusione ?

La classe operai del Nord e del Centro e le forze politiche
che li rappresentava in parlamento, pur essendo la forza motrice
che mandava avanti l’economia di tutta l’Italia,
era però in minoranza del paese.

I così detti Patiti rivoluzionari rimasero una minoranza anche nel Nord.

Fu prevalentemente per questo che la stagione delle riforme
che andò dal 1968 al 1973 non riuscì a cambiare l’Italia
tanto è vero che i problemi che non furono affrontati e risolti allora
ce li troviamo da risolvere oggi
quando l’economia è in piena crisi.

Ma il problema dei problemi era e rimane anche oggi questo:
oggi come allora c’è qualche altra forza sociale, politica o religiosa
interessata a portare avanti una stagione di serie e profonde riforme
insieme alla classe operaia ?
Ci sarebbe, anche se sfortunatamente ancora non c’è,
e sono i cattolici italiani e la  Chiesa cattolica !

Se poi andiamo a vedere su cosa si fondava la “rivoluzione culturale”
proposta dai così detti Partiti rivoluzionari di quegli anni
era una sorta d rivolta contro l’autorità, il capitalismo,
l’individualismo, la repressione sessuale, il consumismo eccessivo
ed in parte la famiglia.
La proposta culturale della classe operaia era sempre la stessa e cioè quella
della solidarietà e dell’assunzione dei doveri e dei diritti.

A parte le contraddizioni delle proposte dei così detti Partiti rivoluzionari
che andrebbero analizzate una per una forse per scoprire che
così tanto rivoluzionarie non erano,
ed a parte anche le proposte della classe operaia che si rifacevano
in tutta evidenza al pensiero cristiano
erano destinate ad essere spazzate via dalla cultura relativista
che accompagnava la nuova ristrutturazione del capitalismo moderno
il quale si stava proponendo attraverso la società dei consumi.
Questa cultura relativista affermava infatti che tutte le proposte culturali
non servivano a niente in quanto ognuno era libero di individuare
la propria proposta e di seguirla.
Ogni orizzonte di oggettività doveva scomparire
ed ognuno doveva fare riferimento alla propria soggettiva,
l’unica che contava veramente, purchè nei limiti della legge.
Anche il problema del capitalismo e del non capitalismo,
se fosse più giusto il primo o il secondo,
non aveva senso in quanto lo scopo era avere i soldi per consumare sempre di più
qualunque sistema si adottasse.
Allo stesso modo della famiglia o della non famiglia
in quanto non c’era quella soluzione che rappresentava il bene o il male
ed ognuno doveva scegliere come meglio credeva.

Fu questa la cultura che vinse e dominò fino ai giorni nostri.

BLAISE2004


Category: pensieri
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