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pillolo 99, 2009 Dalla famiglia contadina alla famiglia nucleare
PILLOLO 99, 2009, gennaio
Tutti concordano sul fatto che gli anni ‘80
hanno visto il definitivo cambiamento della famiglia italiana
anche se non tutti gli studiosi concordano
nel definire in cosa consista questo cambiamento
e soprattutto in cosa questo cambiamento
sia stato positivo ed in cosa sia stato negativo.
Personalmente mi trovo abbastanza d’accordo con l’analisi
che di questo fenomeno ha fatto il sociologo De Rita, di formazione cattolica,
il quale ha coniato il termine “impresa familiare” per indicare
la filosofia di fondo che guidava la stessa sua evoluzione,
luogo di produzione non più di beni, come nel passato preindustriale,
ma di reddito, di risparmio, di accumulazione, di imprenditorialità,
nonché di vitalissimo centro di consumi.
Insomma era scomparsa la “famiglia contadina” che vedeva riunite
più generazioni e più famiglie impegnate nella produzione di beni necessari
ed era nata una “famiglia nucleare”, composta da un unico nucleo familiare,
i cui componenti si sparpagliavano sul territorio alla ricerca di un lavoro
che non dava loro direttamente i beni per sopravvivere ma un salario
con il quale acquistare i beni necessari per la vita dell’intera famiglia.
Se questo ha procurato un maggior benessere economico all’interno della famiglia
ha comportato però una maggiore debolezza sociale della medesima
che si evidenziava nei momenti di maggiore difficoltà come quello
dell’allevamento della prole, la presenza di handicappati, di malati
e di anziani non autosufficienti.
Con gli anni ‘80 sia per il migliore livello di vita, dei consumi e delle abitudini
sia per l’aumentato costo della vita soprattutto in relazione alle spese per l’affitto
o per il mutuo contratto per l’acquisto della prima casa,
le famiglie monoreddito di un salariato non ce la fecero più e,
soprattutto nelle città, divenne necessario che anche la moglie
andasse a lavorare.
Ovviamente sul fenomeno incisero anche altre realtà che qui elencheremo
per sommi capi quale, ad esempio, la così detta emancipazione femminile
che portò le donne a non ritenere che il solo ambito domestico fosse sufficiente
per la loro realizzazione personale oppure l’aumento dell’istruzione dei figli
che conduceva le giovani generazioni, specialmente se universitarie,
a rimanere più a lungo all’interno del nucleo familiare di origine
ed a rimandare la loro entrata nel mondo del lavoro.
Se il mezzadro della Toscana, ad esempio, non spendeva niente
per la casa di abitazione in quanto legata al terreno padronale che lavorava,
se la famiglia contadina non disponeva di nessuna “tecnologia domestica”,
dal frigorifero alla lavatrice, dalla televisione al videoregistratore,
se non disponeva di nessun mezzo di trasporto personale
al di fuori di quelli a traino animale,
se non conosceva le ferie, le vacanze, i viaggi turistici ed i fine settimana
l’operaio inurbato considerava tutto ciò come indispensabile
per cui così aveva sulle spalle le spese per la casa di abitazione, per gli elettrodomestici, per la propria automobile personale e per il proprio tempo libero.
E ’ innegabile che la “famiglia nucleare” o “l’impresa di famiglia”,
come la definisce il sociologo De Rita, poteva permettersi un livello di vita impensabile per la famiglia contadina ma pagava dazio
quanto arrivavano i momenti di difficoltà.
Chi stava dietro ai bambini se tutti e due i genitori andavano a lavorare ?
Chi accudiva gli anziani, gli handicappati, i malati e così via dicendo ?
Nacquero così i primi servizi quali gli asili nido per i bambini più piccoli
e le scuole per l’infanzia per quelli fini ai 5 anni anche se in maniera limitata
rispetto alle necessità delle famiglie e rispetto a quello che avvenne
negli altri paesi europei ad economia capitalistica avanzata.
Le case di riposo per anziani aumentarono ma non in maniera tale
e soprattutto con dei costi che non tutti gli anziani potevano permettersele.
La scuola cercò di modernizzarsi dotandosi di un’organizzazione in grado
di accogliere gli alunni portatori di handicap
e gli assegni familiari entrarono definitivamente a far parte del salario.
Mi fermo qui perché lungo sarebbe lungo l’elenco delle modernizzazioni
che i governi italiani fino a partire dagli ani ‘80 tentarono di attuare
ma sempre alla solita maniera italiana vale a dire non affrontando
mai di petto i problemi e seguendo una politica coerente
e sempre perché al proprio interno dovevano tenere insieme
interessi contrastanti fra di loro.
Si comprendono così bene i dati pubblicati nel 1989 dall’ISSP (International Social
Survey Programme) sui legami sociali e familiari in sette paesi
(Australia, Austria, Gran Bretagna, Ungheria, Italia, Stati uniti d’America,
Repubblica federale tedesca).
Entro questo limitato di raffronto, sebbene indicativo,
la famiglia italiana ha rilevato particolari caratteristiche di vicinanza fisica
ed affettiva tra i suoi componenti.
In Italia figli e figlie adulti continuavano a vivere con i genitori
più a lungo che negli atri paesi.
Una volta abbandonata la famiglia d’origine, molti figli mettevano su casa
ad un quarto d’orsa e meno di distanza dalla madre e dalla famiglia d’origine.
Inoltre molti di loro sentivano al telefono i propri genitori ogni giorno.
Se si toglie l’Ungheria che era soggetta ad un’economia non capitalistica,
tutti gli altri paesi denotano che la loro classe politica si era fatta carico
in maniera coerente dei problemi causati della moderna industrializzazione
e del nuovo tipo di famiglia che ne era scaturita di conseguenza
mentre l’Italia no, o almeno in maniera non coerente,
tanto è vero che i legami familiari si sono dovuti in qualche modo mantenere
per far fronte alle diverse necessità e difficoltà che si potevano presentare.
Anche oggi da noi è facile incontrare nonni che accudiscono
ai figli dei propri figli e delle proprie figlie, cosa alquanto più rara
negli altri paesi europei.
Se questa non coerente modernizzazione dell’Italia
sia stata un bene o un male riguardo a questi specifici problemi della famiglia
è tutto da vedere e da dimostrare.
E’ innegabile però che questi tipo di “familismo” tipico dell’Italia
non è dovuto ad una forma culturale o religiosa degli italiani
bensì dalla necessità di trovare una risposta alle necessità ed ai bisogni
della famiglia nucleare spesso lasciata a sé stessa
dalla politica dei governi italiani che si sono succeduti.
BLAISE2004