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pillolo523, 2009 Qunado il pensiero marxista si stacca dalla filosofia marxista
PILLOLO 523, 2009, giugno
L’11 settembre 1969, con uno sciopero nazionale dei metalmeccanici,
ebbe inizio quello che passò alla storia come “l’autunno caldo”.
Il 18 ottobre Luigi Macario, alla guida dei metalmeccanici della CISL,
affermò che il salario era una “variabile indipendente”
dagli altri fattori della produzione.
Finalmente dal movimento studentesco del ‘68 usciva qualcosa di serio
ed era stata la classe operaia, per bocca del sindacalista Macario
di estrazione cattolica, e non gli studenti a proporlo
ed ad impegnarsi a portarlo avanti.
Non si proponeva la crisi del sistema capitalistico
ma si era provveduto a svuotarlo della sua componente principale
e cioè quella che considerava la mano d’opera come una merce
vale a dire una “variabile dipendente” dagli interessi del capitalismo.
I Sindacati ed il PCI non erano pronti però a recepire
questa nuova proposta che veniva dalla classe operaia del Nord
e non furono quindi in grado di avanzare un sbocco politico
alle lotte sindacali che in effetti si staccavano completamente
dalle rivendicazioni del passato.
La lotta sindacale si divise così per la prima volta dalla lotta politica
ed i gruppi extraparlamentari subentrarono con la loro presenza in fabbrica.
Così nacquero i CUB, i comitati di base degli operai svincolati
da ogni controllo sindacale e politico.
Il Sindacato fu il primo a correggere il tiro recuperando
la maggior parte delle richieste e delle rivendicazioni dei CUB.
Esse per prima cosa recuperarono il valore della solidarietà di classe
tanto che posero al centro delle loro rivendicazioni la “questione meridionale”
ed in particolar modo due problemi: l’industrializzazione del Mezzogiorno e l’abolizione delle “gabbie salariali” attraverso le quali, a parità di mansione,
un operaio del Sud veniva pagato meno di un operaio del Nord e del Centro.
Inoltre i lavoratori, oltre ad un maggior salario,
chiedevano migliori condizioni di lavoro in fabbrica.
Ma nel momento in cui nascevano i CUB ed insieme a loro
la prospettiva di migliorare economicamente ma non solo la vita dei lavoratori
e del Mezzogiorno d’Italia, stava cambiando il modo
di organizzare il lavoro in fabbrica.
Non si trattava, come alcuni hanno sostenuto, di una “congiura del capitale
per spezzare e disarticolare la classe operaia” ma di una esigenza oggettiva
dello sviluppo produttivo.
Si stava passando infatti dall’epoca della meccanizzazione che aveva bisogno
di una mano d’opera generica, non specializzata e sottoposta ad un lavoro
ripetitivo e spersonalizzante all’epoca dell’automatizzazione
che prevedeva invece l’impiego di una mano d’opera più specializzata e qualificata.
Se per i CUB fu facile organizzare una classe operaia all’interno della quale
la diversificazione delle mansioni di lavoro era minima proponendo
richieste sindacali di tipo “egualitario”, la cosa divenne più difficile
quando nel processo produttivo la mano d’opera cominciò a diversificarsi
da un punto di vista della qualità della mansione
ma anche da un punto di vista salariale.
A seguito di ciò la classe operaia si trovò sempre di più meno compatta
in quanto più diversificato era il suo ruolo all’interno delle fabbriche.
Per questo si originava così una tendenza, destinata ad affermarsi nel medio tempo,
che andava in direzione opposta a quella in cui andavano le richieste
di egualitarismo dei CUB e dei Sindacati.
In quegli anni perciò si cominciò a produrre una divaricazione
non solo fra la fabbrica e la società ma anche all’interno della fabbrica stessa.
Ancora nel 1975, di fronte all’evidenza di un processo che rompeva la classe operaia
“in tantissimi segmenti con diversi trattamenti, diverse certezze, diverse prospettive”
il comunista Vittorio Foa avrebbe continuato ad affermare che occorreva
“muovere tutti in un processo di unificazione
trattandosi di una questione non tecnica ma politica”.
Che un comunista con esperienza si esprimesse così, stava a testimoniare
di quanto il pensiero marxista viaggiasse ormai completamente separato
dalla filosofia marxista.
Infatti un marxista che si rifaceva al pensiero di Marx non si sarebbe mai sognato
di pensare che la politica avrebbe potuto cambiare l’economia
vale a dire che una “sovrastruttura” avrebbe mai potuto cambiare una “struttura”.
Per un marxista che fa sul serio è infatti l’economia che produce la politica
e non viceversa.
Per toccare con mano le contrapposizioni
che si erano create all’interno delle fabbriche,
soprattutto fra operai ed impiegati, occorrerà aspettare il 1980
e la manifestazione dei 40 mila alla Fiat.
Nel frattempo i CUB, i gruppi extraparlamentari ed il movimento studentesco
o erano scomparsi o erano stati riassorbiti all’interno del sistema
oppure infine erano passati alla lotta armata.
BLAISE2004