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pillolo596, 2009 Il rischio dell’interpretazione della parola di Dio come l’unica certezza
PILLOLO 596, 2009, luglio
Per uno che si definisce cristiano dovrebbe essere del tutto evidente
che per salvarsi occorre comprendere la parola di Dio nella Scrittura
ed applicarla correttamente alla nostra condizione e situazione.
Non solo: bisogna anche interpretarla in modo che con contrasti
con la ragione, usando dunque delle nostre facoltà per rispettare a fondo
la parola di Dio ed evitare di attribuirle significati aberranti.
Questo dal punto di vista del credente ma la cosa vale anche per Dio:
non è forse vero che il Cristo è l’interpretazione vivente
del senso della legge e dei profeti ?
Cos’altro intendeva affermare il Cristo quando diceva: “ Udiste che vi fu detto […]
Ma io vi dico […] “ se non che egli stava dando
un’interpretazione diversa della legge
e che i discepoli dovevano continuare questa opera fino alla fine del mondo ?
Quindi la salvezza del cristianesimo è stettamente legata all’interpretazione,
a quella che in filosofia si chiama ermeneutica.
Sebbene la salvezza sia essenzialmente compiuta con l’incarnazione,
passione, morte e resurrezione del Cristo, essa attende ancora
un compimento ulteriore e lo Spirito Santo, lo spirito di verità
mandato ai fedeli nella Pentecoste, ha appunto il compito di assisterli
in questa ulteriore impresa di “interpretazione” della parola di Dio
in modo da farla vivere nella storia.
Infatti quando si parla della “storia della salvezza” si deve intendere
che la salvezza si realizza nella storia ma ciò significa che
il dato della salvezza in Gesù Cristo deve essere interpretato in ogni tempo
per calarsi nella storia degli uomini e nel piano di salvezza di Dio.
Quindi niente di più sbagliato che pensare che il tema della salvezza
e della storia della salvezza sia qualcosa che riguarda i teologi
o le autorità religiose bensì riguarda ciascuno di noi,
in qualunque campo sia impegnato, perché riguarda la sua storia,
la società nella quale vive, l’economia nella quale è inserito
e perché ognuno ha il dovere diritto di operare con il suo discernimento
per interpretare ed attualizzare la parola di Dio.
Dunque si può anche affermare a questo punto che
chi non interpreta ed non attualizza la parola di Dio
non può dirsi neppure cristiano in quanto
ha mistificato lo spirito dei Vangeli.
Questo spirito parla invece in questi termini: la storia della salvezza
è la salvezza nella storia e procede come storia dell’interpretazione
nel senso forte in cui Gesù stesso è stato vivente, incarnato
ed interpretazione delle Scritture.
E’ stato sempre per tutto e tutti così ed ancor più vale per il cristianesimo
e per rendersi conto di ciò basterebbe studiare la storia della Chiesa cattolica
oppure della sua teologia.
Nell’antichità, ad esempio, i giovani greci di Atene si formavano
sulla lettura di Omero ma non ripetendo a memoria i passi delle sue opere
bensì sulla loro interpretazione e sulla loro attualizzazione.
A nessuno veniva in mente di mettere in discussione i miti di Omero
ciò nondimeno la mitologia, per essere e rimanere vera,
non doveva rimanere soltanto una lettera scritta dal poeta secoli prima
ma doveva essere interpretata per rimanere viva.
Chi prefigura un Dio della metafisica, una lettura letterale della Bibbia,
un limite alla sua interpretazione, fa rimanere solo lettera la parola di Dio
e la rinchiude in un passato che non può interessare l’uomo di oggi.
Anche la “contestualizzazione” della parola di Dio, se da una parte
è necessaria in una prima fase della comprensione, quando si ferma a questo
impedisce una vera interpretazione e con ciò la stessa vitalità dell’uomo
che ha il diritto dovere di interpretarla e della stessa parola di Dio
che richiede per essere viva una sua interpretazione.
Insomma, la constestualizzazione fa parte della interpretazione
non viceversa.
Ma qualsiasi interpretazione, anche quella della parola di Dio,
seppur necessaria come ho cercato di dimostrare, non è certa
nel senso che non può garantire sé stessa come vera
ed appartiene perciò a quel “pensiero debole” di cui ho parlato
negli scritti precedenti.
Dunque, se il “pensiero forte” della metafisica, quello che nega
l’interpretazione delle Sacre Scritture, impedisce alla parola di Dio di essere viva,
il “pensiero debole”, quello che afferma che l’interpretazione spirituale
della Bibbia è l’unica strada per entrare in contatto con lo spirito di Dio,
non garantisce sulla certezza e sulla veridicità dell’interpretazione medesima.
Ci troviamo un’altra volta di fronte alla scommessa di Pascal: o rischiare di perdere
lo spirito di Dio abbarbicandosi alla certezza della metafisica
oppure, rischiando l’errore, rischiare però di incontrare lo spirito di Dio.
Per questo io sono per questa seconda teologia e preferisco sbagliare
e stare nel dubbio costruttivo rispetto a qualsiasi interpretazione
ed a qualsiasi discernimento, compresi i miei,
piuttosto che illudermi ed illudere che ci possa essere un’altra via certa
e garantita al cento per cento.
L’obbedienza all’autorità religiosa è in questo senso solo un surrogato
di una certezza impossibile.
O il cristiano decide di correre questo rischio oppure non va da nessuna parte !
BLAISE2004