Pubblicato da: blaise2004 mercoledì, ottobre 21st, 2009

pillolo 551, 2009 1991: lo stabilimento Fiat a Melfi

PILLOLO 551, 2009, settembre

Quando la Fiat decise nel 1991 di aprire un suo stabilimento
nel Mezzogiorno che avrebbe dato lavoro a circa 7.000 operai
ed avrebbe prodotto circa 45.000 veicoli con un investimento complessivo
di  6.672 miliardi di lire in cambio di agevolazioni finanziarie da parte dello Stato
di ben 3.100 miliardi di lire, si rivolse all’agenzia indipendente torinese
“Ricerche e Progetti” per individuare il sito più adatto.

L’agenzia lavorò e fece sapere ai dirigenti della Fiat che non esisteva
in tutto il Mezzogiorno d’Italia un luogo dove venissero soddisfatti
i requisiti  richiesti.

Visto che la Fiat aveva già raggiunto un accordo economico e finanziario
con il governo italiano, l’agenzia suggerì il comune di Melfi in Basilicata
precisando però nel suo rapporto che “ forme, linguaggi, abiti mentali dei funzionari
e degli organi di rappresentanza appaiono ancora permeati di cultura preindustriale
e di lentezza operativa, oggi non compatibili con la logica della competizione
fra aree mediterranee, dotate invece di vantaggi competitivi sotto molti profili”.

Era una sobria ma eloquente condanna dei mali del Mezzogiorno: il basso livello
e la scarsa qualità dei servizi infrastrutturali, inadeguati livelli di istruzione
ed inadeguate competenze della manodopera, insufficiente presenza
di economie esterne sia per quanto riguardava le forniture che i servizi
ed inadeguate risposte a livello delle amministrazioni locali.

Per renderci conto di come mai la situazione era arrivata a questi punti,
basterà analizzare in maniera comparata questi dati: la disoccupazione
raggiungeva lo spaventoso livello del 44,1% fra i giovani, il PIL del Sud,
in termini relativi, era solo il 59% di quello del resto del paese,
partecipava con solo il 18% alle spese del paese, la mortalità infantile
restava al 30% più elevata ed il 67% delle linee ferroviarie non erano elettrificate.

Se si andavano a vedere però i consumi familiari del Sud e del resto dell’Italia,
il consumo delle popolazioni meridionali rappresentava il 70,2% di quello
del resto d’Italia.

Era un vero e proprio paradosso: il Meridione lavorava poco, produceva meno,
non pagava le tasse, eppure consumava tanto.

Il Meridione era povero ma spendeva relativamente molto.
Come spiegare questo paradosso ?

La spesa pubblica nel Meridione, soprattutto attraverso la Cassa per il Mezzogiorno,
attiva fino al 1984, molto più che altrove assunse la forma
di trasferimenti alle famiglie anziché la forma di servizi pubblici.

Questi trasferimenti sia che si trattasse di contributi in denaro
o di posti di lavoro nel settore pubblico, vennero consapevolmente concessi
in basi a false pretese: pensioni di invalidità per individui perfettamente sani,
sussidi ad agricoltori che non praticavano l’agricoltura e posti di lavoro
a netturbini che non raccoglievano immondizia.

A tutto questo si doveva aggiungere il denaro che la delinquenza organizzata
come la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta faceva circolare reperendolo
dalle attività illecite che praticavano nonché la quasi totale evasione fiscale
da parte dei ceti medi meridionali.

Ne conseguiva che la capacità di spesa delle famiglie ed il mercato interno
venivano mantenuti a livelli relativamente elevati mentre i servizi pubblici
(scuole, ospedali, acquedotti, ecc.) versavano in condizioni spesso agghiaccianti.

Uno sviluppo di questo genere non era frutto però del caso e solo del retaggio storico
ma rifletteva la natura della politica meridionalista dei cattolici della DC.

Nel Mezzogiorno, ad esempio, essa ebbe un peso maggiore che altrove
perché la debolezza  storica del settore privato e della borghesia
rendeva quello pubblico il punto di riferimento privilegiato
ma il primato della politica sull’economia privata tuttavia sortì effetti
tutt’altro che benefici.

Si svilupparono rapporti personalistici e di dipendenza della popolazione
rispetto alla classe politica a tutto vantaggio del clientelismo
ed a svantaggio del merito personale e della capacità di intraprendere.

Chi ne fece le spese furono le opere di pubblica utilità e tutta la rete di servizi
atta a stimolare l’iniziativa privata, cioè la forma del capitalismo moderno
fu volutamente svantaggiata attraverso la politica economica della DC
nell’Italia meridionale.

Essa non favorì infatti l’imprenditorialità economica autonoma
bensì quella legata alla politica ed alla criminalità organizzata
attraverso la quale la politica controllava il territorio.

Questo era il sistema di potere creato dalla DC nel Meridione
al fine di farlo diventare sempre di più un feudo di voti della conservazione
e da cui la DC poteva attingere in tutta sicurezza i suoi voti.

Insomma, sebbene le famiglie del Mezzogiorno vivessero meglio,
l’economia di questa parte d’Italia era drogata, malata
e destinata ad essere così fino ai giorni nostri senza che si intravedesse
una via d’uscita.

Come era inevitabile, tutto ciò andava a condizionare la cultura
ed il modo di pensare e di operare delle persone ed è soprattutto per questo
che l’agenzia incaricata dalla Fiat di individuare il sito più adatto
per realizzare il suo stabilimento nel Meridione, non fu in grado di individuarlo
e si dovette accontentare di Melfi in Basilicata.

BLAISE2004


Category: Pilloli
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