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pillolo 584, 2009 Il “dover essere” e la parola di Dio
PILLOLO 584, 2009, ottobre
Molti anni fa ebbi occasione di conoscere un giovane uomo
che mi raccontò una sua storia che non riusciva a comprendere
ed a venirne a capo.
Lui era un fervente cattolico ed aveva avuto un rapporto con una giovane donna,
anche lei convinta cattolica ed impegnata nel catechismo.
Stavano insieme da circa due anni e, malgrado fossero ambedue convinti
che non fosse lecito avere dei rapporti sessuali prima del matrimonio,
finivano regolarmente per andare a letto insieme ed a fare all’amore.
Poi si pentivano, si confessavano ed immancabilmente
ricominciavano ad avere rapporti sessuali.
Fin qui niente di particolare in quanto si trattava dell’umana debolezza
ancor più comprensibile se si tiene conto che entrambi
non erano alla prima esperienza ed in questo caso, come si sa,
rimane più difficile non dare risposta alle tempeste ormonali.
Domandai a questo giovane se il loro rapporto funzionasse bene solo a letto
e lui mi rispose che non era così: parlavano, si confidavano,
si rispettavano e soprattutto si capivano.
Non solo quindi non erano due giovani alle prime armi
ma avevano avuto anche una certa formazione culturale essendo entrambi laureati.
Visto che il loro rapporto funzionava bene e visto anche che
trovavano più di una difficoltà a viverlo nella castità come avrebbero voluto,
decisero di comune accordo di sposarsi.
Fu fissata la date delle nozze ed iniziarono anche i lavori di ristrutturazione
del piccolo appartamento dove sarebbero andati ad abitare.
Però, più si avvicinava la data fissata, più la giovane donna
cominciava ad entrare in crisi.
Una crisi un po’ strana perché quando lei stava con lui la crisi non si faceva sentire
mentre quando restava da sola, ecco che le paure ed i dubbi la prendevano
al punto da bloccarla e da attanagliarla.
La giovane donna non parlò mai di questa sua condizione
con il suo uomo ma si confidò con la sua più stretta amica
e con il suo padre spirituale.
Arrivarono alla conclusione che si trattava della paura del matrimonio
che prende tante donne e tanti uomini e consiste nella paura
di dover cambiare vita e ruolo.
Non c’era niente da fare e bisognava solo aver pazienza
perché sarebbe sicuramente scomparsa se lei voleva veramente bene
al suo futuro sposo.
Passarono dei mesi ma la paura non passò manifestandosi sempre
nello steso modo: quando lei stava vicino a lui tutto andava bene,
anzi benissimo, mentre quando lui non c’era la paura di nuovo la attanagliava.
Dunque la giovane donna, d’accordo con l’amica ed il padre spirituale,
arrivarono a questa conclusione: siccome la paura non passava
voleva dire che lei non era innamorata e che quindi non era il caso di sposarsi.
Tutta la storia finì ovviamente che i due si lasciarono
e le nozze non furono mai celebrate.
Tutto questo racconto non è che la premessa per alcuni discorsi
che intendo fare.
In effetti il giovane uomo che me lo ha raccontato aveva più che una ragione
a dubitare ed ad avere più di una perplessità sull’interpretazione finale
che era stata data dalla ragazza, dalla sua amica e dal padre spirituale
anche se, da un punto di vista pratico, non c’era altra soluzione
se non quella di non sposarsi.
Non c’era infatti bisogno di scomodare padri spirituali o quanti altri
per arrivare a prendere questa decisione,
Ma avevano compreso bene quali fossero le problematiche
che stavano sotto alla frase generica e quindi insignificante
del “volere bene” o “non volere bene” quasi fosse una frase magica
capace di qualsiasi incantesimo ?
Molto probabilmente no in quanto c’erano troppe cose
che entravano in contraddizione fra di loro
e che dovevano essere collocate al posto giusto.
Quasi sicuramente un buon psicologo sarebbe stato più capace del padre spirituale
di leggere all’interno della realtà della ragazza
e quindi di aiutarla ad entrare nella verità,
visto che credo di esserci riuscito io che sono un comune mortale
solo con po’ d’esperienza spirituale e razionale alle spalle.
Quindi, la prima considerazione da fare è che non bisogna intendere
il rapporto con un padre spirituale come un toccasana buono per ogni male
e per ogni problema.
C’è padre spirituale e padre spirituale e, secondo la mia personale esperienza,
è bene andarci con i piedi di piombo e comunque mai assolutizzarli
come insegna anche questa esperienza che sto raccontando.
Ma torniamo alla storia ed alle contraddizioni che dovevano essere collocate
al posto giusto per poterne tirare le fila e comprendere questa realtà.
La prima e quella che salta immediatamente agli occhi è quella che riguarda il fatto
di come mai la ragazza si sentiva felice ed in pace
quando era insieme al suo ragazzo mentre veniva attanagliata dalle paure e dai dubbi
quando lui non c’era.
La seconda riguarda il fatto che la ragazza iniziò ad entrare in crisi sempre di più
man mano che la data delle nozze si stava avvicinando.
Nel primo caso si trattava evidentemente di una forma di scissione della personalità
che non poteva avvenire improvvisamente da un momento all’ altro
ma affondav le sue radici in qualcosa di irrisolto e di traumatico
nella storia e nel vissuto della ragazza.
Il secondo era evidentemente collegato al primo e non poteva assolutamente
essere liquidato con la frase fatta e rifritta di “paura del matrimonio”
come invece aveva suggerito il padre spirituale.
Dunque andava scandagliato il passato ed il vissuto, probabilmente inconscio,
della ragazza per venire a capo di qualcosa di vero.
Questo mi serve per fare una riflessione sui così detti “passaggi”
del cammino neocatecumenale i quali, fino a quando si tratta di sottolineare
i contenuti della parola di Dio, sono senz’altro utili ma quando
i catechisti li utilizzano per andare a scandagliare “l’interno” ed “il vissuto
spesso inconscio” della persona sono un autentico disastro
che rischia di essere pericoloso per l’integrità della persona medesima
in quanto portato avanti da persone che non hanno nessuna competenza al proposito e che si improvvisano psicanalisti, pericolo che diventa ancora più grave
in quanto i medesimi si ammantano dell’aureola
dell’infallibilità e richiedono per questo obbedienza.
Quindi occhio ai così detti “passaggi” del cammino neocatecumenale
che vanno anch’essi presi con spirito critico come tutte le cose di questo mondo
perché, a scanso di equivoci, i così detti “passaggi” del cammino neoctecumenale
sono prima di tutto cose di questo mondo.
Ritornando alla storia, non rimaneva altra strada per procedere
che quella di cercare di ricostruire e di ricordare il passato della ragazza
attraverso i ricordi che il suo ex fidanzato poteva avere
di ciò che gli aveva raccontato e confidato.
Dai ricordi del ragazzo vennero fuori diverse cose delle quali
soprattutto due mi colpirono e che chiarivano diversi aspetti del problema.
La prima era che la ragazza non era bella, anzi era bruttina
con diversi difetti fisici abbastanza pronunciati al punto che si stupiva
del fatto che egli si fosse innamorato di una come lei.
Insomma, la ragazza non si accettava e soprattutto non accettava il suo aspetto fisico
benchè a livello razionale esprimesse l’idea che la bellezza era qualcosa
che riguardava la parte interiore della persona e principalmente
riguardava l‘anima.
La bellezza era la bellezza dell’anima e l’anima era bella
se faceva la volontà di Dio.
Questa era la catechesi che la ragazza faceva a sé stessa ed agli altri
dove Dio e la Bibbia erano al centro di tutto ma questo rispecchiava la verità ?
Partiva dalla sua realtà ?
Andava nel profondo dei suoi sentimenti ?
Non si può che rispondere di no ed allo stesso tempo affermare
che le catechesi non sono assolutamente la verità
e che la parola di Dio di per sé non è capace di penetrare
nella realtà dell’uomo e quindi di cambiarla.
Anzi, c’è il rischio che sovrastrutture si sommino ad altre sovrastrutture
fino a diventare un impedimento alla verità stessa per il semplice fatto
che la parola di Dio non può essere separata dall’interpretazione della medesima.
L’eterno vive insieme al mortale, l’assoluto insieme al relativo,
il divino insieme all’umano e l’onnipotenza insieme alla libertà
senza che l’uno sia più importante dell’altro
ma semplicemente perché a Dio è piaciuto così.
Quindi è molto meglio essere sé stessi, comunque sia,
che essere come ti dicono di essere nelle catechesi o nelle omelie
perché solo partendo da è stessi si può salire al cielo
ma non viceversa.
Solo essendo liberi di essere quelli che in verità siamo
si può salire alle verità della parola di Dio
e non viceversa.
La seconda era che la ragazza aveva avuto precedentemente
diversi rapporti con altri giovani caratterizzati quasi tutti dal fatto
che erano tutti a rischio e contorti: uomini sposati, uomini troppo più grandi di lei,
uomini che avevano contemporaneamente un’altra donna e così via.
Insomma più gli uomini le potevano creare delle difficoltà e dei problemi
e più lei se ne innamorava.
Anche in questo caso lei affermava che questo avveniva in quanto
ancora non aveva incontrato Dio, non aveva conosciuto il bene ed il male
e non aveva iniziato un cammino di conversione.
Ma era vero, dissi al giovane che stava raccontando,
o piuttosto la sua ex fidanzata stava incosciamente nascondendo
un’altra verità che mi sembrava a questo punto di aver già intuito ?
La verità era che più i suoi rapporti con gli uomini presentavano
difficoltà ed erano problematici, più essi dimostravano
di desiderarla e provavano piacere nel possederla sessualmente,
più lei trovava conferma al fatto che non era vero che era bruttina.
Il fatto poi di essersi avvicinata alla Chiesa ed alla parola di Dio,
se aveva cambiato i suoi comportamenti esteriori nel senso
che non era più alla ricerca del sesso problematico ma cercava di vivere nella castità,
non aveva però spostato di un millimetro questa sua realtà interiore
che non si manifestava più come prima
ma che era presente forse per questo più di prima.
Il loro rapporto era quindi viziato fin dall’inizio da questo problema irrisolto:
lei non era alla ricerca di un rapporto stabile con un uomo
perché questo non rispondeva alle sue pulsioni interiori
che la spingevano invece a cercare più uomini perché solo il possesso di più uomini
poteva confermarla inconsciamente sul fatto che non era brutta.
Più il matrimonio si avvicinava e più doveva confrontarsi con il fatto
che avrebbe avuto solo un uomo ma allo steso tempo il suo inconscio
le diceva che un solo uomo non era sufficiente a colmare
la fame di accettazione di sé stessa e del suo stato fisico.
Dunque, più il matrimonio si avvicinava e più aumentava questa lacerazione interiore
provocandole una crisi dovuta al fatto che il suo essere si stava spaccando in due:
da una parte quello che avrebbe voluto essere ed avrebbe voluto fare
e dall’altra quello che il suo inconscio le chiedeva di fare.
Conclusione: solo dall’umanità si può salire a Dio, solo dal nostro essere si può salire
al nostro dover essere e solo dai nostri limiti si può salire all’infinito.
Quando non si fa così si combinano solo dei guai e spesso sono guai seri.
BLAISE2004