Archive for novembre, 2009

novembre 30th, 2009

pillolo 657, 2009 I ceti medi italiani secondo Nenni e secondo Saragat

PILLOLO 657, 2009, novembre

Il Congresso di Firenze che si tenne dall’11 al 17 aprile 1946
fu caratterizzato dal confronto e della posizione sostenuta da Nenni
e da quella sostenuta da Saragat.

Sarà importante evidenziarne le caratteristiche principali
perché entrambe ruotarono attorno ad una questione
che rimane tutt’oggi aperta e di vitale importanza.

Le differenze ideologiche fra Nenni e Saragat riguardavano
la scelta della base elettorale e politica: Nenni insisteva sul tema della classe operaia
mentre Saragat rimproverava “l’irrigidimento operaistico” del Partito
che gli impediva di trascinare con sé, oltre alla classe operaia
anche tutte le classi lavoratrici.

Fu la prima volta che in sede politica vennero applicate queste due diverse categorie
che marcavano la distinzione tra la classe operaia, la quale produceva
l’intera ricchezza del paese e le classi lavoratrici che invece
non erano direttamente impegnate nella produzione della ricchezza.

Per dirla in termini più moderni e più vicini a noi, Saragat e Nenni
si scontrarono e si confrontarono sulla questione dei ceti medi italiani
i quali, nel giro di pochi decenni, sarebbero dovuti diventare
la classe sociale ed economica più numerosa d’Italia.

Saragat, sulla base del suo socialismo umanitario, riteneva che
la classe operaia e le classi lavoratrici
fossero destinate a rimanere unite ed a schierarsi dalla medesima parte
e che, se questo non era accaduto fino ad allora, la colpa ricadeva solo
sulla politica del Partito socialista che aveva chiuso le porte
alle esigenze delle classi lavoratrici nel loro insieme.

Nenni invece, sulla base del suo socialismo marxista,
aveva ben chiaro il ruolo preminente della classe operaia
all’interno dell’economia ed dello scontro di classe presente nel paese.

Insomma per Nenni, se il Partito socialista (allora PSIUP)
perdeva la sua connotazione operaistica, perdeva anche il suo ruolo
all’interno della lotta di classe e del processo di cambiamento
dell’economia e della società italiana.
D’altra parte la divisione nella società italiana tra la classe operaia
e le altre classi lavoratrici era ancora più evidente in quanto queste ultime
non si identificavano con la cultura del proletariato urbano
bensì le loro aspirazioni di vita erano rivolte principalmente verso i ceti borghesi
alla cui cultura e costumi di vita miravano.

Dunque, anche se né Nenni né Saragat dimostravano di saper leggere
i cambiamenti verso i quali era diretta la società e l’economia italiana
che vedranno nel giro di pochi decenni l’esplosione dell’economia terziaria
ed i ceti medi diventare la classe sociale ed economica più numerosa,
essi si scontarono con il dato di fatto che la classe operaia, all’interno
di un sistema democratico e non rivoluzionario, non aveva né avrebbe mai avuto
i numeri sufficienti per governare il paese.

La strada che si apriva e che era necessario percorrere non poteva che essere una
e cioè quella di favorire la saldatura tra la classe operaia e le altre classi lavoratrici
ma essa non poteva esser percorsa fino a quando la cultura e le aspirazioni
delle classi lavoratrici e dei ceti medi erano distanti da quelle della classe operaia.

Mentre Saragat, il quale forse prima di tutti aveva intuito la necessità
della saldatura tra classi lavoratrici e classe operaia al fine di creare
un’unica forza di cambiamento, non si poneva il problema di come
avvicinare la cultura delle une all’altra, Nenni invece, nella sua utopia
condivisa allora anche dal PCI di Togliatti secondo la quale il capitalismo
aveva i giorni contati e che presto si sarebbero avverati travolgenti cambiamenti
nell’economia mondiale, era convinto che fino a quando questi stravolgimenti
non si fossero avverati, le classi lavoratrici ed i ceti medi
non si sarebbero alleati con la classe operaia.

In attesa di questo momento, Nenni riteneva dunque opportuno
che il Partito socialista si schierasse a favore e principalmente con la classe operaia
che avrebbe avuto il compito di diventare la futura classe dirigente del paese
nel momento e nei tempi opportuni.

Come tutti sappiamo, la crisi dell’economia mondiale del capitalismo
non è avvenuta, il capitalismo si è anzi affermato in gran parte delle nazioni,
la classe operaia italiana è diventata sempre più meno numerosa
e quindi più isolata ed i ceti medi e le altre classi lavoratrici
si sono sempre più allontanate dalla cultura e dalle aspirazioni
del proletariato urbano.

Di conseguenza nelle società capitaliste di oggi, compresa quella italiana,
la classe operaia, sebbene sia l’unica classe sociale ed economica
veramente interessata ad un cambiamento dell’economia e della società,
rappresenta meno di un terzo della popolazione
e la questione della sua alleanza con le altre classi lavoratrici
e con i ceti medi si pone con maggior urgenza che nel passato.

Ma rimane valida, secondo me, l’intuizione di Nenni secondo la quale
l’alleanza della classe operaia con i ceti medi non potrà avvenire
seguendo motivazioni volontaristiche ed etiche ma solo quando
le mutate condizioni economiche porteranno la cultura della classe operaia
ad avvicinarsi alla cultura ed alle aspirazioni dei ceti medi.

Fino ad allora, a mio parere, l’attuale governo della neodestra di Berlusconi
può dormire sonni tranquilli perché potrà contare sull’appoggio dei ceti medi italiani.

BLAISE2004

novembre 30th, 2009

pillolo 656, 2009 I “cattolici comunisti” degli anni ’40

PILLOLO 656, 2009, novembre

Pochi sanno che, prima che Alcide De Gasperi presiedesse nel 1945
il suo primo governo di unità nazionale con la presenza di tutti i Partiti antifascisti,
ci fu il tentativo di dar vita ad un altro Partito cattolico diverso dalla DC.

Tale movimento era sorto negli anni 1940-41 a Roma
sotto la denominazione di Partito cooperativista cristiano
il quale prese poi il nome di Movimento dei comunisti cristiani
negli anni dal 1941-43 e quindi di Sinistra giovanile cattolica
mentre, durante l’occupazione di Roma, si chiamò Movimento dei cattolici comunisti
per arrivare nel settembre 1944 a chiamarsi Partito della sinistra cristiana.

L’elemento dottrinale della posizione dei “cattolici comunisti”, come venivano
comunemente chiamati, era la distinzione tra materialismo storico
e materialismo dialettico nel senso che, per i teorici di questo Movimento cattolico,
il materialismo storico era una scienza della società la cui struttura
era fondamentalmente simile a quella della scienza della natura.

Insomma, essi riconoscevano alla struttura ed alla dinamica della società
un carattere intrinsecamente razionale che poteva essere oggetto
di un riconoscimento preciso e rigoroso: ciò dava luogo ad una scienza della società
(il marxismo) ed ad una prassi scientifica (il comunismo).

Ovviamente questo sapere e questa scienza sociale non potevano valere
sul piano metafisico né prestarsi ad estrapolazioni religiose
tanto è vero che essi affidavano alla Chiesa cattolica ed alla religione in generale
il compito storico di de-ideologizzazione e, quindi, di potenziale critica verso
ogni assetto sociale e politico.

Secondo loro, se il marxismo ed il comunismo avevano combattuto la religione
là dove si erano affermati, non dipendeva dai limiti e dalle contraddizioni
intrinseche a questa filosofia ed a questa scienza sociale
bensì dal fatto che la Chiesa cattolica aveva tardato a riconoscere
l’importanza del marxismo e del comunismo.

Pertanto, per i “cattolici comunisti”, il fatto cristiano non aveva
un’incidenza politica diretta a differenza della lotta di classe
che si invece fondava sulla struttura economica e sulle ingiustizie
presenti in questo campo.

Questo Movimento era destinato però a naufragare in quanto si poneva in contrasto
sia con l’ideologia dei Partiti di ispirazione marxista di allora (PCI e PSI)
sia con l’ideologia apparentemente interclassista della Chiesa cattolica
e la DC di quegli anni.

Non solo, si poneva in contrasto anche con la cultura dominante di quei tempi
sia a livello nazionale che a livello internazionale che si esprimeva
solo attraverso posizioni pro o contro il comunismo
oppure pro o contro il capitalismo.

Per questo il Movimento dei “cattolici comunisti” rimase una realtà
limitata ad un’ èlite di intellettuali e non fece mai breccia fra la popolazione italiana,
non per questo esso non va preso in considerazione soprattutto per verificare
se sia stato portatore di intuizioni filosofiche, politiche e religiose
che possano essere di aiuto anche per i cattolici e per i non cattolici di oggi.

Mi sembra che i “cattolici comunisti” degli anni ‘40 mettevano in evidenza
il fatto che il modo di pensare e di vivere di tutti è condizionato e determinato
dalla classe sociale ed economica di appartenenza
a cui corrispondono ben determinati interessi
che spesso si scontrano con gli interessi di un’altra classe sociale ed economica.

Per questo la lotta di classe era considerata la molla che da sempre
ha mosso la storia, così come ha ben individuato il materialismo storico di Marx,
dalla qual cosa consegue che qualsiasi atteggiamento e scelta interclassista
all’interno di una società e di un’economia organizzata invece necessariamente
in forme classiste non ha senso e soprattutto si colloca al di fuori
dello stesso flusso della storia.

La dottrina sociale della Chiesa cattolica andava dunque ripensata e riscritta
tenendo di conto di questo dato di fatto dove la Chiesa doveva chiarire
da quale parte stava e di quale classe sociale ed economica prendeva la difesa.

Personalmente, in quanto cattolico, ritengo che i “cattolici comunisti”
degli anni ‘40 abbiano colto nel segno individuando
una delle maggiori contraddizioni della dottrina sociale della Chiesa cattolica
di ieri e di oggi e che andrebbe superata quanto prima.

Allo stesso tempo i “cattolici comunisti”, rifiutando il materialismo dialettico
di Marx, negavano la validità del marxismo e del comunismo quando sostenevano
che la dialettica della storia sarebbe terminata una volta per tutte
nel momento in cui non sarebbero esistite più le classi
e ci sarebbe stato il dominio della dittatura del proletariato.

Secondo essi, il ruolo storico della Chiesa cattolica era quello di smascherare
e di mettere a nudo la falsità ideologica di questa posizione
sottolineando il fatto, aggiungo io di conseguenza, che il limite ed il peccato
intrinseco alla natura dell’uomo non permetterà mai di giungere
ad una società perfetta dove lo sfruttamento e l’ingiustizia
siano eliminate del tutto ed una volta per sempre.

Se il PCI ed il PSI avessero accolto le riflessioni dei “cattolici comunisti”
sicuramente ne avrebbe guadagnato tutta la storia moderna e contemporanea
del nostro paese oltre al fatto che sarebbe stato più facile individuare
un’altra strada al di fuori della logica dei due blocchi contrapposti
che ha caratterizzato il periodo della guerra fredda
e la fine del comunismo reale dell’Unione sovietica sarebbe stata anticipata.

Come si vede i “cattolici comunisti” degli anni ‘40 sono più attuali
di quanto si creda anche se il loro contributo andrebbe sicuramente rivisto alla luce
dei cambiamenti storici di questa ultima metà di secolo che ha decretato
la fine dell’ideologia, la caduta del muro di Berlino e la crisi del cristianesimo.

BLAISE2004

novembre 29th, 2009

pillolo 655, 2009 L’occupazione dello Stato da parte della politica italiana

PILLOLO 655, 2009, novembre

Una delle principali questioni irrisolte dell’Italiaè
è l’occupazione dello Stato, sia a livello centrale che periferico,
da parte dei Partiti che hanno ricevuto più voti e gestiscono il potere.

Prima di tutto va precisato che la questione si presenta in maniera così virulenta
solo nel nostro paese e non nelle altre democrazie occidentali
dove, anche se in maniera diversa, è stata in qualche modo affrontata e risolta.

Negli Stati uniti d’America, ad esempio, tutto l’apparato dello Stato,
compresa la burocrazia, viene completamente rivoltato e sostituito
ogni volta che cambia il Presidente:
il Presidente americano infatti ha il potere di scegliere tutto il suo apparato,
da quello più importante a quello meno importante,
e di licenziare il vecchio apparato del precedente Presidente a sua discrezione.

Negli altri paesi europei esiste invece una tradizione culturale
che può essere fatta risalire alla rivoluzione francese
secondo la quale tutto quanto l’apparato dello Stato,
compresa la burocrazia a tutti i livelli, si colloca completamente al di fuori
della politica e dei Partiti ed occupa un posto super partes.

Noi non abbiamo né la struttura americana né la cultura europea
ma veniamo dall’esperienza della dittatura fascista dove lo Stato,
il suo apparato e la sua burocrazia erano considerati come un’appendice
del Partito e del Regime a cui è seguito il periodo, durato circa mezzo secolo,
che ha visto l’ininterrotto controllo dello Stato da parte della Democrazia cristiana
e dei Partiti alleati i quali, sebbene eletti democraticamente,
hanno gestito lo Stato, il suo apparato e la sua burocrazia allo stesso modo
del Regime fascista vale a dire facendolo diventare una fonte di occupazione
per persone il cui principale merito era quello di essere fedeli
ai Partiti che ce le avevano messi.

Il Partito di opposizione, cioè il PCI, non si è comportato molto diversamente
in quei Comuni, in quelle Province ed in quelle Regioni dive era al potere
né ha dimostrato di avere un progetto diverso quando negli anni ‘80
ci sono stati a livello centrale quei 4 anni di governi di solidarietà nazionale
come si può evincere dalla suddivisione tra i Partiti più importanti, compreso il PCI,
delle poltrone del Consiglio di amministrazione della RAI.

A ben guardare alcune sostanziali differenze tra il PCI e la DC ci sono state
e riguardano principalmente il fatto che i comunisti hanno messo
nei posti di comando e non uomini abbastanza validi e capaci
mentre la DC ha puntato principalmente a gestire il sottogoverno
e l’occupazione dello Stato da parte del Partito e dei suoi fedeli.

Ciò è dimostrato dal fatto che, nelle regioni rosse del Centro Italia
i Comuni, le Province, le Regioni, le ASL ed i servizi in generale,
a parità di costo, hanno funzionato molto meglio di quelle zone del paese,
soprattutto nel Meridione, che sono state governate dalla DC
e dai Partiti suoi alleati.

Ma, come ci insegnano i padri del pensiero laico
e dello Stato di diritto e democratico,
è bene non fidarsi troppo della buona moralità di chi gestisce il potere
mentre è opportuno predeterminare chi controlla e chi deve esser controllato
e porre dei paletti all’esercizio del potere semplicemente perché
l’uomo è così, cioè limitato e soggetto a trasformare l’esercizio del potere
solo a suo vantaggio e della sua parte e non a vantaggio della collettività.

Per renderci conto di quanto questa cultura “dell’occupazione dello Stato
da parte della politica” sia radicata nel costume italiano basta prendere atto
del fatto che, mentre la DC ed il PCI sono scomparsi
dalla faccia della politica italiana, il sistema di potere messo in piedi dalla DC
sia a livello centrale che periferico e dal PCI anche se solo a livello periferico
è sopravvissuto alla morte dei due Partiti.

La questione non solo ha un’importanza a livello teorico ed etico
ma anche a livello pratico in quanto riguarda il portafoglio di tutti gli italiani
perché è soprattutto all’interno di questi apparati dello Stato
che si annida l’inefficienza, l’incapacità, il clientelismo, la corruzione
e lo spreco del denaro pubblico.

La situazione italiana poi si è così incancrenita che l’apparato dello Stato
è diventato un potere all’interno del potere statale in grado di spostare
un’ingente quantità di voti da una parte ad un’altra parte politica.

Questo resta il principale motivo per cui nessuna forza politica
intende oggi prendere il toro per le corna e riformare seriamente
lo Stato ed i suoi apparati e ministri come l’attuale Brunetta sono costretti
a fare la voce grossa senza incidere più di tanto sulla realtà delle cose.

Non credo ci siano tante ricette buone per il nostro paese
in quanto la tradizione storica e culturale non aiuta certamente,
comunque ritengo che una qualche soluzione valida fra quelle adottate
da altre democrazie occidentali possa esserci ma,
come per altri casi, anche questa riforma può essere adottata
solo se tutti i Partiti maggiori, al governo ed all’opposizione,
giungessero ad elaborare un progetto comune e condiviso
perché, chiunque metta mano ad una seria riforma dello Stato e dei suoi apparati,
di malcontento ne creerà sicuramente molto soprattutto fra coloro
che sono abituati e lavorare la metà dei propri colleghi europei
e ad occupare posti di comando quasi fossero una rendita privata.

Per questo è determinante il lavoro politico e culturale di coloro
i quali oggi si sforzano di unificare il paese e non di dividerlo
e lavorano per trovare soluzioni condivise fra le forze che sono al governo
e quelle che sono all’opposizione.

Fra costoro, molto umilmente, mi ci metto anch’io.

BLAISE2004

novembre 29th, 2009

pillolo 654, 2009 “L’uomo qualunque” di ieri e di oggi

PILLOLO 654, 2009, novembre

Non vi è dubbio che l’onda lunga della crisi della politica
e dei Partiti politici italiani, cominciata negli anni 1992-93,
non è del tutto terminata e da più parti si nota una disaffezione
verso la politica e l’attività dei Partiti politici
ed un reflusso verso il personale, il familismo e un certo tipo di religione.

Personalmente credo anch’io che ci sia più di un motivo
per criticare i Partiti politici italiani, soprattutto per la loro occupazione del potere,
per la loro bassa capacità decisionale in materia legislativa
ed infine per la loro scarsa progettualità a lungo termine
ma il vero problema consiste nel fatto che i Partiti politici
rappresentano anche il fondamento della nostra democrazia rappresentativa.

Insomma, la domanda da porsi è questa: la pur necessaria critica
alla politica ed ai Partiti politici italiani serve per migliorare o per desautorare
ancor più la politica ed i Partiti politici ?

La domanda non è da considerarsi di poco conto
perché puntare sulla crisi totale dei Partiti politici italiani
significa mettere in crisi la stessa democrazia rappresentativa
la quale è a fondamento del nostro Stato di diritto e democratico.

Detto con altre parole, se si vuol fare a meno dei Partiti politici
occorre anche farsi carico di proporre con cosa e con chi si intende sostituirli
altrimenti il vuoto che si creerebbe verrebbe sicuramente riempito
da chi ha il potere economico.

Comunque sia, non è la prima volta che l’Italia si trova a dover fare i conti
con simili problemi e simili istanze di protesta.

Infatti verso la fine del 1944 fu fondato a Roma
dal commediografo Guglielmo Giannini un settimanale “ l’Uomo qualunque”
che ebbe molto successo soprattutto nel Meridione al punto da creare un Movimento
detto appunto dell’Uomo qualunque.

Così si esprimeva Giannini :” Noi non abbiamo bisogno che di essere amministrati
e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici.
Ci vogliono strade, mezzi di trasporto, viveri, una moneta modesta ma seria,
una polizia rispettabile che ci renda sicuri dello scarso bene rimasto
e ci incoraggi a crearne dell’altro liberandoci dal timore
di poterne essere spogliati da nuovi briganti dello Stato-partito.
Per fare questo basta un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi, né Croce,
né Selvaggi, né Nenni, né il pio Togliatti, né l’accorto De Gasperi.
Un buon ragioniere, che entri in carica il primo gennaio, che se ne vada
il 31 dicembre, che non sia rieleggibile per nessuna ragione”.

Secondo Giannini la vera politica la fanno la società e a la famiglia
mentre lo Stato ed i Partiti politici dovrebbero avere solo il compito
di amministrare questa politica ed è per questo che, secondo le idee
dell’ “Uomo qualunque”, i Partiti non hanno più senso di esistere.

Infatti, secondo Giannini, i Partiti antifascisti si sono sostituiti
al Regime fascista ma non hanno fatto altro che occupare il potere
occupato prima dal fascismo: per questo per gli italiani non è cambiato niente
nella sostanza e lo Stato continua ad essere principalmente una piovra
che succhia il sangue della popolazione attraverso i suoi apparati di Partito
e la sua mostruosa burocrazia.

Così si espresse Aldo Moro a proposito della cultura che esprimeva
il Movimento dell’ “Uomo qualunque” nell’ultimo fascicolo del ‘45
della rivista “Studium”:
“Vorremmo poter essere benevoli con la politica dell’Uomo qualunque
la quale non è poi purtroppo una tattica contingente
ma una forma mentale ed un abito di vita decadente.
Vorremmo essere indulgenti perché comprendiamo le ragioni profonde di stanchezza,
di esasperazione, di disperazione nelle quali questa corrente trova motivo
di successo e sostanziale giustificazione.
Questi stati d’animo sono così naturali dopo tanto ed inutile soffrire
(il soffrire è mai utile ?) che sembrerebbero da compatire e lasciare svolgere
per il loro verso.
Ma è tale e tanto il pericolo di diseducazione e di rovina spirituale e sociale
che un tale stato di cose porta con sé che non si può compatire più che per un istante
e si deve subito passare dall’umano riconoscimento al monito severo ed urgente…
L’uomo qualunque non è sé stesso, è altri da sé, disposto a tutto pur di conservare
quella sua quiete che è una terribile perdita dell’umanità che acquista
con il lavoro la gioia di vivere.
L’uomo qualunque, per non essere sé stesso, è pronto a tutto, così da accettare
qualsiasi dittatura che nasce fatalmente dove al posto dell’ansiosa libertà
dello spirito c’è il vuoto”.

Ciò che afferma Moro è chiaro: i Partiti politici, pur con i loro limiti e contraddizioni,
rappresentano l’istanza migliore e più appropriata per potersi confrontare,
per prendere le decisioni più appropriate, per rendere vivo
uno Stato di diritto e democratico e per rendere possibile la convivenza civile.

Qualunque critica, anche aspra e severa, verso la politica ed i Partiti
che la rendono possibile ha senso solo se volta a migliorare i Partiti stessi
ma porta invece alla “rovina morale e sociale”, come afferma Moro,
se si pone l’obiettivo di toglier di mezzo i Partiti politici.

Allora come oggi è dunque importante interrogarsi se i Partiti politici
rappresentino al meglio la società italiana nella sua complessità e variegarietà
oppure siano solo una forma di “casta politica” completamente staccata
dalla società.

Personalmente sono decisamente per la prima ipotesi
e se l’attuale governo della neodestra di Berlusconi
porta avanti una politica conservatrice e distante dai bisogni
delle classi lavoratrici e dei ceti di più deboli è perché
la maggioranza della società italiana condivide in qualche modo
questa politica.

BLAISE2004

novembre 28th, 2009

pillolo 653, 2009 ” Farefuturo” di Gianfranco Fini e la laicità

PILLOLO 653, 2009, novembre

[ crediamo in una “laicità positiva”
Superare la “laicité de combat” che giudica le religioni una minaccia per lo Stato
e le priva di ogni ruolo pubblico ma al contempo combattere
l’attitudine confessionalista che tende ad invischiare le autorità religiose
in questioni di politica nazionale dove è la sovranità popolare
l’unica fonte legittima di decisione.
È naturalmente necessario permettere alla religione, alle religioni,
di svolgere il proprio ruolo di risposta alle domande sulla vita, sul suo “perché”, evitando di intrappolarla nella scelta del “come”, che spetta alla politica
e alle istituzioni pubbliche.
Priorità della laicità positiva deve essere combattere la degenerazione nichilista
del relativismo culturale e morale, l’errata convinzione che libertà significhi
la supremazia assoluta dei diritti, l’assenza di doveri e finanche di regole.]

Così si esprime Gianfranco Fini, ex fascista ed oggi Presidente della Camera,
a proposito della laicità nel sito della Fondazione “Farefuturo” da lui presieduta
e che io, ex comunista ed oggi iscritto al PD, mi sentirei di sottoscrivere
quasi totalmente.

Infatti l’unica cosa che andrebbe precisata meglio è la parte centrale
del suo articolo dove si distingue tra il “perché” ed il “come”.

Se con ciò Fini intende che la Chiesa cattolica non possa esprimere sue opinioni
e proposte sul “come”, credo che ancora Fini debba masticare ancora un po’ meglio
la sua recente scoperta della laicità, se invece si intende affermare che la Chiesa cattolica non possa e non debba partecipare al momento delle decisioni
in merito al “come”, allora Fini ha il mio pieno appoggio e la mia piena condivisione.

Quello che intendo dire è che è scontato e da tutti condiviso
il fatto che la Chiesa cattolica non è né vuole essere o diventare un Partito politico
mentre le decisioni e le leggi devono essere prese dal potere legislativo
rappresentato da Partiti politici i cui rappresentanti
sono stati eletti democraticamente dal popolo italiano.

In questo senso la laicità impone una netta separazione ed autonomia
tra la Chiesa cattolica e lo Stato italiano e su questo non ci piove
e nessun cattolico di oggi porterà con sé mai l’ ombrello.

Altra cosa è se si intende riferirsi al fatto che la Chiesa cattolica
sia interessata alla formazione delle idee politiche, alla creazione di quella
che viene chiamata opinione pubblica e ad esprimere il proprio discernimento
sull’attività del potere legislativo e laico.

In questo caso non esiste nessun principio del pensiero laico
che lo vieti così come non deve esser vietato a nessuno
in quanto si tratta della libertà di parola e di espressione
che rientra tra i diritti di uno Stato di diritto di cui lo stesso Fini
è diventato uno strenuo difensore.

Come si fa a non rendersi conto di quanta acqua sia passata
sotto i ponti della storia: infatti meno di mezzo secolo fa, io avrei proposto
uno Stato e una società socialista mentre Fini avrebbe avuto
come punto di riferimento lo Stato del regime fascista.

Oggi, sia io che Fini siamo forse tra i più convinti sostenitori
dello Stato di diritto e democratico anche se Fini non farebbe male
a riscrivere quella parte centrale a cui ho fatto cenno sopra
sforzandosi di essere più chiaro e più coerente
con i principi del pensiero laico moderno.

BLAISE2004

novembre 26th, 2009

pillolo 652, 2009 L’importanza di partire da Moro e Berlinguer

PILLOLO 652, 2009, novembre

Non sarebbe male se le persone leggessero gli scritti
ed i discorsi di Moro e di Berlinguer in quanto vi troverebbero
la soluzione ai principali mali del nostro paese
e quindi anche una speranza in un mondo politico
dove nessuno sembra averla e dove si tira a campare.

Sia Moro che Berlinguer si erano resi conto che
il sistema di potere creato dalla Democrazia cristiana
era il vero cancro della nazione che divorava il denaro pubblico,
favoriva lo spreco e fomentava la corruzione a tutti i livelli.

Oggi che la Democrazia cristiana non c’è più,
è però ancora vivo e vegeto il sistema di potere di allora
e questo cancro continua a divorare le cellule vive dell’Italia
ed è lì che quindi va concentrata l’opera di riforma e di bonifica
del sistema Italia.

Allo stesso modo sia Moro che Berlinguer avevano preso coscienza
del fatto che l’intero sistema economico e sociale italiano,
al pari di quello di tutto l’Occidente, era drogato
ed allo stesso tempo fondato sulla mancanza di fondamenti etici.

Infatti non sarebbe potuta continuare a lungo un’economia ed una società
che si fondavano sul consumare di più per produrre di più
e viceversa e si correva il pericolo, se non fosse giunta
una correzione culturale ed etica, che gli italiani si abituassero
ad un tenore di vita che non poteva essere sostenuto in eterno.

Soprattutto questi furono i due punti che Moro e Berlinguer
misero a fuoco anche se fu loro impedito di passare dalla teoria alla pratica
e rappresentano ancora oggi i punti di cui si dovrebbero interessare la politica
e gli italiani ma, a questo proposito, mi sembra si sia lontani anni luce.

BLAISE2004

novembre 26th, 2009

pillolo 649, 2009 L’idea di autorità prima e dopo Craxi

PILLOLO 649, 2009, novembre

Credo si possa individuare uno spartiacque nella politica italiana,
vale a dire quello di prima e dopo Craxi, anche se rimane una data simbolica
in quanto i processi storici e culturali sono normalmente più complessi.

Infatti a partire da Mussolini fino a De Gasperi e Togliatti
per finire a Moro e Berlinguer, i politici si sono posti come compito principale
quello di cambiare gli italiani individuandone i limiti, i difetti  e le contraddizioni
nel loro modo di pensare e di comportarsi che dovevano essere migliorati.

A partire a Craxi fino per finire oggi con Berlusconi,
i politici hanno invece ritenuto più opportuno per sé e per il proprio consenso
cavalcare i limiti, i difetti e le contraddizioni degli italiani
assecondandoli il più possibile fino ad identificarsi con i medesimi.

In sostanza da Craxi in poi è cambiata l’idea stessa di autorità,
in politica come altrove, la quale ha teso sempre di più a ricercare il consenso
piuttosto che ad assolvere il ruolo di guida perdendo così quasi del tutto,
con il passare del tempo, il suo compito educativo, normativo e di esempio.

La classe dirigente del nostro paese volutamente ha abbandonato
il suo ruolo dirigente al punto che l’attuale classe politica
non può più chiamarsi classe dirigente  ma solo classe politica
mentre fino a Craxi la classe politica
si era identificata con l’idea stessa di classe dirigente.

Essa punta oggi soprattutto sulla spettacolarizzazione ed il confronto politico
assomiglia sempre di più ad un reality televisivo dove lo spettatore
è chiamato ad identificarsi con un personaggio o con un altro.

Non a caso i politici di oggi basano la propria azione e le loro proposte
sui sondaggi e sugli indici di gradimento e non si sognano minimamente
di assumersi delle responsabilità che li possano condurre a diminuire
il loro consenso tra le persone.

Di conseguenza non ha più importanza e senso il perseguire
ideali come la giustizia e la ricerca del bene comune in quanto
quello che conta più di tutto è il consenso ed il gradimento degli elettori.

Per questo assomigliano a mosche bianche quelle autorità politiche e religiose,
come il Papa, il presidente della Repubblica ed altre, che oggi fondano
il loro dire ed il loro fare non tanto sul consenso ed sul gradimento degli italiani bensì sulla coerenza a dei principi presenti nella Bibbia per il primo
e nella Costituzione per il secondo.

Allo stesso modo sono poco graditi neppure gli storici
i quali, ricercando la verità, tendono a rendere meno efficace
l’identificazione  in quella o  quell’altra autorità politica e religiosa
oppure l’appartenenza totale ed acritica ad una proposta o ad un’altra.

Infatti l’idea stessa di identificazione e di appartenenza mal si sposa
con la complessità e l’ articolazione dei processi sociali, economici e culturali
descritti e studiati dagli storici.

In altri termini, mentre fino a Craxi gli elettori erano stimolati
a confrontarsi con la complessità di un progetto di società e di economia,
dopo Craxi, sono stati invitati ad identificarsi con una personalità politica
alla quale, come ad un demiurgo, viene affidato il compito di gestire la complessità
dei processi storici e sociali.

Quindi la cultura che si è cercato di creare fra gli elettori
non è stata più quella del controllo dell’operato dei politici
e dell’analisi critica del loro operato
bensì quella della passiva delega del potere
ad una personalità politica che è stata capace di carpire la loro fiducia.

Di fatto i politici di oggi hanno ben compreso che l’uomo del terzo millennio
è stato lentamente disabituato all’impegno ed alla fatica
che costa analizzare criticamente la realtà che ha intorno
così come tenersi informato ed aggiornato
e preferisce le soluzioni meno impegnative  e di più facile consumo.
Per questo la politica di oggi, che non si pone il problema
di come cambiare in meglio questo limite e difetto consumistico dell’italiano medio,
ha preferito adeguarsi ad esso per poterlo meglio sfruttare a proprio vantaggio.

Ma quello che è peggio è il fatto che pochi oggi si sforzano
di far comprendere agli italiani che questo modo di essere, di pensare
e di comportarsi altro non è che l’anticamera culturale che prepara
alla decadenza del pensiero laico e critico e dello Stato di diritto e democratico.

BLAISE2004

novembre 26th, 2009

pillolo 648, 2009 Lenin e l’idea di utopia

PILLOLO 648, 2009, novembre

Lenin ha incarnato l’ultimo tentativo di trasformare in realtà un’utopia,
quell’utopia secondo la quale poteva realizzarsi una società
in cui fosse annientato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come uomo Lenin fu eccezionale sacrificando l’intera sua vita
ed ogni sua energia alla causa della difesa dei più deboli e dei più poveri
mettendo al loro servizio la sua intelligenza di abile stratega politico.

Ma ciò che deve interessare di più non è il suo aspetto umano di rivoluzionario
e di uomo di Stato ma l’ideale che lo mosse e che rese possibile
questa sua totale abnegazione umana verso coloro che erano
le masse sfruttate dei contadini e degli operai
spesso ridotte alla miseria ed alla fame.

Non a caso i primi provvedimenti che emanò, non appena raggiunto il potere,
riguardarono la distribuzione della terra dei latifondisti ai contadini,
la direzione del lavoro in fabbrica agli operai, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti
e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

Già verso la fine della sua vita e dopo il suo secondo attacco cerebrale,
Lenin si era reso però conto che la realizzazione della sua utopia
cominciava a perdere dei colpi ma, come si evince dal diario che dettò alla moglie
che lo assistete prima della morte, non riuscì a comprendere la ragione profonda
dell’inizio della crisi dello Stato e della società socialista
che aveva cercato di realizzare.

Infatti Lenin giunse solo a rendersi conto di quanto fosse difficile e quasi impossibile
realizzare una società ed uno Stato socialista in una realtà
come quella della Russia di allora che era rimasta ferma ad una cultura
e ad un’organizzazione sociale ed economica di tipo medioevale.

Oggi, a distanza di tempo, ci possiamo rendere meglio conto
che alla base della crisi intravista da Lenin c’era la sua stessa idea di utopia
che egli aveva mutuato da Karl Marx e, siccome ritengo che sia cosa utile
anche per noi del terzo millennio, proverò ad analizzarla un po’ più a fondo.

L’utopia di per sé rappresenta qualcosa di perfetto,
altrimenti non potrebbe essere un’utopia, alla quale si contrappone
il pragmatismo che si pone invece lo scopo di gestire al meglio
la realtà presente senza porsi l’obiettivo di raggiungere
altri scopi se non questo.

In tutte e due i casi ci troviamo di fronte, a mio modo di vedere,
a due forme di ideologie nel senso che entrambe non tengono conto
dell’intera realtà: l’utopia infatti non tiene conto dei limiti insiti nell’uomo,
il pragmatismo non tiene conto del fatto che l’uomo non può vivere senza ideali.

Ad esempio, Lenin non teneva conto del fatto che niente e nessuno,
neppure una filosofia o una teoria scientifica, può assicurare una volta per tutte
una società giusta e dove sia assicurato il superamento
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo
per il semplice motivo che questa società sarà pur sempre composta da uomini
e guidata da uomini i quali, in quanto tali, saranno limitati
e sempre soggetti al peccato.

In altre parole, anche in una società ed in un’economia socialista
che puntassero a rendere l’uomo libero dallo sfruttamento,
lo stesso uomo, proprio in quanto libero, è libero di fare il bene ma anche il male.

Per renderci conto dei limiti del pragmatismo non c’è bisogno
di andare troppo lontano in quanto è sufficiente osservare
le nostre moderne società capitaliste dove il conformismo,
l’appiattimento e la mancanza di speranze regnano sovrani
e quasi tutto si limita a riempire la pancia ed a consumare il più possibile.

L’unico pensiero che è stato in grado di mettere insieme l’utopia
con il pragmatismo è stato, nell’era moderna e contemporanea,
il “pensiero laico” del quale abbiamo un esempio lucido e chiaro
dalla lettura delle nostre Costituzioni
e dall’organizzazione dello Stato di diritto e democratico.

Come mai, ad esempio, il “pensiero laico” ha ritenuto di dover separare
e rendere autonomi il potere legislativo, il potere giudiziario ed il potere esecutivo ?

Come mai ha posto un limite di tempo alle più alte cariche dello Stato ?

Non c’è dubbio che lo ha fatto perché ha preso atto del fatto che l’uomo
in quanto tale è limitato e soggetto a cadere nel peccato dell’orgoglio e della superbia
che lo porta a cercare di mantenere per sé il potere e non ad esercitarlo
per il bene comune.

Come mai le nostre Costituzioni sono piene invece di principi
che sembrano così troppo alti e difficili da raggiungere per un uomo così limitato ?

Non c’è dubbio che lo ha fatto perché si è reso conto che l’uomo
senza ideali e principi alti da raggiungere rischia di deperire su sé stesso.

Se poi qualcuno insistesse nel farmi notare come questa sintesi filosofica
tra utopia e pragmatismo affonda le sue radici nel cristianesimo
non avrei alcun dubbio e concorderei pienamente nell’affermare che è così.

Non è infatti forse vero che nel cristianesimo l’uomo viene presentato
come peccatore ed allo stesso tempo come fatto ad immagine e somiglianza di Dio ?
Non è forse vero che nel cristianesimo l’uomo viene presentato come
costretto nel tempo e nella caducità ed allo steso tempo è chiamato alla santità
cioè a trascendere il suo limite congenito ?

Dunque si può con buona ragione affermare che il “pensiero laico moderno”
è una forma secolarizzata del cristianesimo dove laicità e secolarizzazione
non si oppongono al cristianesimo bensì alla forma storica in cui il cristianesimo
si è realizzato.

In altre parole, il “pensiero laico moderno” rappresenta oggi
la forma più alta di cristianesimo anche se, per realizzarsi, si è dovuto scontrare
con la Chiesa cattolica e con la forma storica di cristianesimo che ha rappresentato.

Non solo, il “pensiero laico moderno”, come ho cercato di dimostrare,
rappresenta oggi anche il superamento dell’idea di utopia insita nel marxismo
e nel leninismo e del pragmatismo tipico della cultura capitalista.

BLAISE2004

novembre 26th, 2009

pillolo 650, 2009 I soldi di Tremonti che non ci sono

PILLOLO 650, 2009, novembre

E’ una dato di fatto che oggi lo Stato italiano
non è in grado di trovare i soldi necessari da destinare
alle industrie per la loro riconversione ed il loro rilancio,
alle famiglie ed ai pensionati per arrivare dignitosamente
alla fine del mese ed alle giovani generazioni perché possano
trovare un lavoro e progettare il loro futuro.

L’attuale ministro dell’economia, Giulio Tremonti, è stato chiaro e categorico:
questi soldi non ci sono nelle casse dello Stato né è possibile chiederli in prestito
perché il debito pubblico è già esorbitante.

L’analisi del ministro non fa una piega se non che gli italiani
hanno però sotto gli occhi lo spreco del denaro pubblico,
la sua cattiva utilizzazione e la corruzione che normalmente si lega ad essa
fino alla collusione con la delinquenza organizzata.

Per non parlare dell’evasione fiscale che in Italia è un male congenito
al punto che molti analisti stranieri non si rendono conto come il nostro paese
possa sopravvivere a contatto con una metastasi di simile natura.

Termino ricordando al ministro Tremonti ed a chi per lui,
una cosa di cui sicuramente dovrebbe essere a conoscenza
e cioè che circa il 30% degli italiani non si è accorto minimamente
della crisi economica che stiamo attraversando
tanto è vero che il mercato delle barche, delle automobili e delle abitazioni di lusso non si è fermato ma anzi si è incrementato in questo periodo.

Allora, mi verrebbe da domandare al ministro Tremonti,
i soldi ci sono o non ci sono ?
Oppure ci sono ma questo governo non ha il coraggio di andarli a trovare
là dove sono ?

BLAISE2004

 

novembre 25th, 2009

pillolo 648, 2009 Il superamento dell’idea di utopia di Lenin

PILLOLO 648, 2009, novembre

Lenin ha incarnato l’ultimo tentativo di trasformare in realtà un’utopia,
quell’utopia secondo la quale poteva realizzarsi una società
in cui fosse annientato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come uomo Lenin fu eccezionale sacrificando l’intera sua vita
ed ogni sua energia alla causa della difesa dei più deboli e dei più poveri
mettendo al loro servizio la sua intelligenza di abile stratega politico.

Ma ciò che deve interessare di più non è il suo aspetto umano di rivoluzionario
e di uomo di Stato ma l’ideale che lo mosse e che rese possibile
questa sua totale abnegazione umana verso coloro che erano
le masse sfruttate dei contadini e degli operai
spesso ridotte alla miseria ed alla fame.

Non a caso i primi provvedimenti che emanò, non appena raggiunto il potere,
riguardarono la distribuzione della terra dei latifondisti ai contadini,
la direzione del lavoro in fabbrica agli operai, l’assistenza sanitaria gratuita per tutti
e l’uscita della Russia dalla prima guerra mondiale.

Già verso la fine della sua vita e dopo il suo secondo attacco cerebrale,
Lenin si era reso però conto che la realizzazione della sua utopia
cominciava a perdere dei colpi ma, come si evince dal diario che dettò alla moglie
che lo assistete prima della morte, non riuscì a comprendere la ragione profonda
dell’inizio della crisi dello Stato e della società socialista
che aveva cercato di realizzare.

Infatti Lenin giunse solo a rendersi conto di quanto fosse difficile e quasi impossibile
realizzare una società ed uno Stato socialista in una realtà
come quella della Russia di allora che era rimasta ferma ad una cultura
e ad un’organizzazione sociale ed economica di tipo medioevale.

Oggi, a distanza di tempo, ci possiamo rendere meglio conto
che alla base della crisi intravista da Lenin c’era la sua stessa idea di utopia
che egli aveva mutuato da Karl Marx e, siccome ritengo che sia cosa utile
anche per noi del terzo millennio, proverò ad analizzarla un po’ più a fondo.

L’utopia di per sé rappresenta qualcosa di perfetto,
altrimenti non potrebbe essere un’utopia, alla quale si contrappone
il pragmatismo che si pone invece lo scopo di gestire al meglio
la realtà presente senza porsi l’obiettivo di raggiungere
altri scopi se non questo.

In tutte e due i casi ci troviamo di fronte, a mio modo di vedere,
a due forme di ideologie nel senso che entrambe non tengono conto
dell’intera realtà: l’utopia infatti non tiene conto dei limiti insiti nell’uomo,
il pragmatismo non tiene conto del fatto che l’uomo non può vivere senza ideali.

Ad esempio, Lenin non teneva conto del fatto che niente e nessuno,
neppure una filosofia o una teoria scientifica, può assicurare una volta per tutte
una società giusta e dove sia assicurato il superamento
dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo
per il semplice motivo che questa società sarà pur sempre composta da uomini
e guidata da uomini i quali, in quanto tali, saranno limitati
e sempre soggetti al peccato.

In altre parole, anche in una società ed in un’economia socialista
che puntassero a rendere l’uomo libero dallo sfruttamento,
lo stesso uomo, proprio in quanto libero, è libero di fare il bene ma anche il male.

Per renderci conto dei limiti del pragmatismo non c’è bisogno
di andare troppo lontano in quanto è sufficiente osservare
le nostre moderne società capitaliste dove il conformismo,
l’appiattimento e la mancanza di speranze regnano sovrani
e quasi tutto si limita a riempire la pancia ed a consumare il più possibile.

L’unico pensiero che è stato in grado di mettere insieme l’utopia
con il pragmatismo è stato, nell’era moderna e contemporanea,
il “pensiero laico” del quale abbiamo un esempio lucido e chiaro
dalla lettura delle nostre Costituzioni
e dall’organizzazione dello Stato di diritto e democratico.

Come mai, ad esempio, il “pensiero laico” ha ritenuto di dover separare
e rendere autonomi il potere legislativo, il potere giudiziario ed il potere esecutivo ?

Come mai ha posto un limite di tempo alle più alte cariche dello Stato ?

Non c’è dubbio che lo ha fatto perché ha preso atto del fatto che l’uomo
in quanto tale è limitato e soggetto a cadere nel peccato dell’orgoglio e della superbia
che lo porta a cercare di mantenere per sé il potere e non ad esercitarlo
per il bene comune.

Come mai le nostre Costituzioni sono piene invece di principi
che sembrano così troppo alti e difficili da raggiungere per un uomo così limitato ?

Non c’è dubbio che lo ha fatto perché si è reso conto che l’uomo
senza ideali e principi alti da raggiungere rischia di deperire su sé stesso.

Se poi qualcuno insistesse nel farmi notare come questa sintesi filosofica
tra utopia e pragmatismo affonda le sue radici nel cristianesimo
non avrei alcun dubbio e concorderei pienamente nell’affermare che è così.

Non è infatti forse vero che nel cristianesimo l’uomo viene presentato
come peccatore ed allo stesso tempo come fatto ad immagine e somiglianza di Dio ?
Non è forse vero che nel cristianesimo l’uomo viene presentato come
costretto nel tempo e nella caducità ed allo steso tempo è chiamato alla santità
cioè a trascendere il suo limite congenito ?

Dunque si può con buona ragione affermare che il “pensiero laico moderno”
è una forma secolarizzata del cristianesimo dove laicità e secolarizzazione
non si oppongono al cristianesimo bensì alla forma storica in cui il cristianesimo
si è realizzato.

In altre parole, il “pensiero laico moderno” rappresenta oggi
la forma più alta di cristianesimo anche se, per realizzarsi, si è dovuto scontrare
con la Chiesa cattolica e con la forma storica di cristianesimo che ha rappresentato.

Non solo, il “pensiero laico moderno”, come ho cercato di dimostrare,
rappresenta oggi anche il superamento dell’idea di utopia insita nel marxismo
e nel leninismo e del pragmatismo tipico della cultura capitalista.

BLAISE2004