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pillolo 601, 2009 L’abbraccio mortale della mafia siciliana
PILLOLO 601, 2009, novembre
In questo periodo si stanno analizzando e verificando le prove
di un eventuale accordo tra lo Stato italiano e la mafia siciliana
che avrebbe visto come protagonisti Ciancimino, ex sindaco di Palermo,
i mafiosi Riina e Provenzano ed il colonnello Mori dei servizi segreti italiani.
In attesa che la magistratura faccia il suo dovere, una domanda si impone
a cui nel frattempo va data una risposta politica: perché la mafia non spara più
e non uccide i servitori dello Stato, significa che la mafia in Sicilia
non esiste più ?
Per rispondere a questa domanda è sufficiente il buon senso
attraverso il quale si può ben comprendere come la più grande e potente industria
e fonte di lavoro dell’isola non può essersi volatilizzata
ed aver deciso di scomparire o di fallire nel giro di pochi anni
dopo l’arresto del suoi capi Riina e Provenzano.
Dov’è dunque finita la mafia siciliana ?
Come è cambiata ?
Come si è riciclata ?
Sicuramente la mafia siciliana ha compreso che, sfidando lo Stato
sul piano del potere, non era producente sul piano degli affari
che erano quelli che, in ultima analisi, interessavano di più,
così come ha compreso che non esisteva più un Partito politico di riferimento
che assicurasse un controllo stabile e duraturo della politica italiana
come lo era stata un tempo la Democrazia cristiana.
Infatti, benchè la neodestra italiana avesse in parlamento
una maggioranza schiacciante, non esisteva più la certezza
nazionale ed internazionale perché questo durasse nei decenni
perché l’attuale neosinistra, a differenza del vecchio PCI,
era già legittimata a poter governare al suo posto.
Dunque il controllo del territorio e dei voti attraverso la violenza
non portava da nessuna parte in quanto non conduceva al controllo della politica,
che invece era essenziale per potere gestire gli affari e l’unica strada possibile
per la mafia era dunque quella di gestire direttamente la politica
facendo eleggere suoi uomini all’interno dei Partiti politici.
Era quindi necessaria una nuova classe di mafiosi:
con un alto livello d’istruzione, preparati sul piano culturale
e professionale ed assolutamente incensurati,
quelli che venivano chiamati i “colletti bianchi” della mafia.
Come aveva dimostrato il funzionamento del sistema di potere
organizzato dalla democrazia cristiana e dai Partiti di governo,
le leggi italiane permettevano di giostrare a proprio piacimento
ma occorreva cultura e competenza piuttosto che la forza delle armi.
Lo Stato italiano aveva più volte dimostrato di tollerare
questo modo di portare avanti i propri interessi particolari
anche a discapito dell’interesse generale
e di essersi sempre limitato ad interventi parziali e dimostrativi
senza mai intaccare il potere delle lobby economiche e finanziarie.
Dunque la mafia siciliana non aveva più bisogno di personaggi sanguinari
come Riina e Provenzano ma di personaggi in grado di gestire
una lobby economica e finanziaria e di inserirsi all’interno della politica
in maniera competente oltre che alla gestione del mercato della droga
che era una delle fonti de loro guadagno.
La domanda finale è questa: sarà capace questa mafia riciclata
di garantire anche un sufficiente sviluppo economico della Sicilia ?
Perché se così fosse, cosa a cui io credo, si verificherebbe per la prima volta
che l’illegalità diventerebbe l’unico blocco storico su cui il Meridione
può contare per il suo sviluppo ed andrebbe a far parte di diritto,
come braccio destro, dello Stato italiano e questo sarebbe un abbraccio mortale
per la stesso Stato di diritto e democratico.
BLAISE2004