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pillolo 615, 2009 La crisi italiana degli anni 1992-96
PILLOLO 615, 2009, novembre
Non è fuori luogo ritenere che, alla base della crisi degli anni 1992-96
che attraversò il sistema politico ed economico dell’Italia,
vi fossero soprattutto due fattori:
il primo fu quello che, malgrado il dilagare della corruzione
che attraversava tutto il sistema politico ed economico,
non tutta la classe dirigente del paese era disposta ad adeguarsi a questo andazzo, segno questo di una vitalità interna del paese e della sua capacità di rigenerarsi.
Infatti in ogni settore dell’apparato statale, e soprattutto nella magistratura,
si erano formate quelle che potrebbero essere definite “ minoranze virtuose”,
elementi recalcitranti ed ostinatamente convinti che la morale ufficiale
della Repubblica, le sue leggi e la sua Costituzione non potessero essere
una foglia di fico posta a coprire pratiche non codificate.
Il secondo fu quello della necessità per l’Italia di legarsi sempre di più
alla Comunità europea la quale però imponeva vincoli e controlli
all’attività politica ed economica dello Stato e del sistema.
Malgrado i continui tentativi del nostro paese di sottrarsi
a questi vincoli ed a questi controlli ricorrendo a rinvii artificiosi
ed alle solite furberie di cui gli italiani sono maestri,
la sostanza rimaneva decisamente cambiata a cui non corrispose però
un altrettanto cambiamento del modo di condurre avanti la politica e gli affari.
Di fatto entrarono in rotta di collisione da una parte
le così dette “minoranze virtuose” dell’appartato dello Stato
e dall’altro il sistema di corruzione del sistema Italia
così come l’adesione dell’Italia alla Comunità europea
entrò in rotta di collisione con la mancanza di regole,
soprattutto di quelle economiche, su cui si era costruita
la politica e l’economia del nostro paese.
In altre parole, il sistema di corruzione con cui si gestivano gli affari in Italia
non era più possibile soprattutto perché questo sistema non poteva più disporre
della quantità di denaro fino ad allora assicurata dai governi italiani.
Di fatto il sistema politico italiano, e soprattutto la Democrazia cristiana,
attraversava dunque un periodo di crisi determinato soprattutto dal fatto
che non era più in grado di giostrare il denaro pubblico come voleva
e di finanziare il suo sistema di potere attraverso il quale
riceveva in cambio ampi consensi elettorali.
Non solo, anche i fatti internazionali degli anni ‘80 e ‘90
giocarono a sfavore della DC.
Infatti il fallimento dei progetti riformatori di Gorbacev
ed i drammatici eventi degli anni 1989-90 non solo esercitarono
un effetto devastante sui comunisti italiani, ma ebbero importanti conseguenze
anche per gli anticomunisti.
Gli elettori che avevano tradizionalmente sostenuto i Partiti di governo,
ed in particolare la Democrazia cristiana, scorgendo in essi
il più solido baluardo contro il pericolo comunista, per la prima volta
si sentirono liberi di esplorare altre vie.
Dunque la crisi degli anni 1992-96 non è comprensibile fino in fondo
se non si tiene conto anche di questo terzo fattore e cioè della maggiore debolezza
di quei Partiti che fino ad allora avevano governato l’Italia.
Ma andiamo ad analizzare un po’ i fatti interni all’Italia.
Mentre a Milano il pool di mani pulite indagava sulla corruzione
e sul sistema tangentizio di Milamo e mentre il pool di Palermo
stava arrivando ai primi risultati sulla mafia, il CAF (Craxi, Andreotti e Forlani)
non riusciva neppure a trovarsi d’accordo sull’elezione
del nuovo presidente della repubblica dopo le dimissioni anticipate di Cossiga
nel senso che era intento ai soliti giochi di potere.
Così ebbe a dire il 19 maggio 1992 Giovanni Falcone, che ormai lavorava
al Ministero della Giustizia: “ Il nemico è sempre lì, in attesa, pronto a colpire.
ma noi non riusciamo neppure a metterci d’accordo sull’elezione
del presidente della Repubblica […] Cosa Nostra delinque senza soste,
mentre noi litighiamo senza soste”.
Nel frattempo c’erano state le elezioni politiche dell’ aprile 1992
che avevano visto la DC scendere ai suoi minimi storici,
il PSI scendere dal 14,3% al 13,6%, il PCI divenuto nel frattempo PdS
attestarsi su un modestissimo 16,6%.
Indiscussa trionfatrice delle elezioni del 1992 fu la Lega Nord
che passò su scala nazionale dallo 0,5% di consensi all’8,7%
con punte del 25,1% in Lombardia, del 19,4% in Piemonte,
del 18,9% in Veneto, del 15,5 % in Liguria e del 10,6% in Emilia-Romagna
che tradizionalmente era una regione di sinistra.
L’elettorato del Sud d’Italia fu quello che rimase più stabile
garantendo i voti ai Partiti tradizionali mentre nel Nord d’Italia
si era registrata una vera e propria rivoluzione.
L’elettorato della Lega di Bossi era alquanto composito,
in maggioranza costituito da ex elettori democristiani più giovani della media,
spesso lavoratori in proprio e di livello scolare medio-basso
che erano esasperati dal comportamento dei Partiti tradizionali
e sostenitori della necessità di una forte autonomia,
se non addirittura di una secessione delle regioni del Nord, dallo Stato nazionale.
Si dovette arrivare alla strage di Capaci della domenica 23 maggio 1992
dove morirono per mano della mafia Giovanni Falcone, la moglie
Francesca Morvillo, anche lei magistrato ed i tre carabinieri della scorta,
Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, per costringere
la classe politica a rendersi conto della gravità della situazione italiana
tanto è vero che nel giro di 48 ore il 25 maggio 1992 la DC, il PSI, il PLI,
il PSDI, il PdS, i Verdi, la Rete ed il Partito radicale raggiungessero un accordo
per eleggere il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro
cosa che, nei giorni precedenti, sarebbe stata assolutamente inconcepibile.
Nel suo discorso del 28 maggio 1992 alla Camera dei deputati
Scalfaro definì con estrema chiarezza la propria posizione su una serie di questioni,
fra cui Tangentopoli: “ L’abuso di denaro pubblico è fatto gravissimo
che fronda e deruba il cittadino fedele contribuente e infrange duramente
la fiducia dei cittadini: nessun male maggiore, nessun maggiore pericolo
per la democrazia che l’intreccio torbido tra politica ed affari”.
Era l’ora che un cattolico incaricato di una posizione di prestigio
parlasse da cristiano in una sede appropriata ed adeguata alla gravità morale
in cui era piombata quella parte della società italiana che contava.
Magari lo avesse fatto anche il Papa cattolico in maniera costante e forte,
magari lo avesse fatto anche la conferenza episcopale redarguendo quei cattolici
che erano dediti a questo peccato e magari lo avessero fatto i preti nelle loro omelie
avvertendo i fedeli che non era il caso che si avvicinassero all’eucarestia
se prima non si erano pentiti e confessati del fatto che non avevano pagato le tasse
O del fatto che si erano appropriati del denaro pubblico
oppure del fatto che erano dediti alla corruzione !
Dunque era la prima volta dai tempi di Moro e Berlinguer,
i quali avevano per conto loro ben compreso la drammaticità
della situazione italiana, che la classe politica ci provava,
perchè costretta dagli eventi, a fare sul serio ed a restare più vicina
ai problemi della popolazione.
Ma era forse troppo tardi ?
Una risposta si può solo trovare rivolgendosi ancora una volta
all’analisi dei fatti.
Se l’Italia aveva un presidente della Repubblica non aveva ancora però
un presidente del consiglio ed un govrno e questa volta,
sotto la pressione degli eventi, la classe politica trovò quasi subito un accordo
nella persona del socialista Giuliano Amato che si insediò il 2 giugno 1992.
Amato si trovò di fronte ad un paese in questa condizione: il disavanzo
del bilancio era in uno stato cronico ed infatti il disavanzo corrente previsto
superava di 40.000 miliardi di lire gli obiettivi a suo tempo fissati.
Dal tempo del trattato di Maastricht il tasso d’inflazione in Italia
era salito del 6,9%, il deficit di bilancio ammontava al 9,9 % del PIL,
di contro al 3% previsto dal trattato, il debito pubblico era salito al 103%
del PIL anziché al 60% previsto dal trattato ed il tasso d’interesse a lungo termine
toccava l’11,9 %.
La situazione italiana era resa ancor più critica dalla politica economica tedesca.
Di fronte ad un dollaro forte e al rischio d’inflazione, in seguito alla riunificazione
della Germania, le autorità tedesche avevano deciso di tenere alti i loro
tassi d’interesse.
L’Italia fu costretta ad adeguarsi e, siccome era una dei maggiori debitori
della Germania vide aumentare in maniera vertiginosa gli interessi
sul debito pubblico italiano.
Immediatamente Amato cercò di porvi rimedio annunciando una drastica
“manovra correttiva” dell’ordine di 30.000 miliardi di lire ma la voragine
che da tempo esisteva nelle casse dello Stato era troppo grande
per essere ripianata solo con una manovra economica del governo.
Giuliano Amato dimostrò di conoscere molto bene la realtà economica dell’Italia
e di rendersi conto di quale potesse essere l’unica via d’uscita.
Infatti il primo ministro riuscì a convincere i Sindacati e la Confindustria
a sedersi intorno ad un tavolo.
Gli unici che fecero delle richieste furono però la Confindustria ed il governo:
la Confindustria chiese al governo la trasformazione radicale della pubblica amministrazione e del rapporto tra impresa e servizi pubblici, privatizzazioni immediate, la riduzione del debito pubblico e riforme istituzionali e fiscali
mentre il governo chiese ai Sindacati di rinunciare in modo definitivo
alla scala mobile e di giungere ad un’intesa complessiva con gli imprenditori
sul costo del lavoro.
I Sindacati invece non chiesero niente, pur avendo più di una ragione per farlo, perché si rendevano conto della gravità in cui versava lo Stato e l’economia italiana.
Non era la prima volta nella storia della Repubblica
che al Sindacato più forte e di sinistra si chiedeva di sacrificare l’interesse di classe
a quello nazionale, né la prima volta che esso rispondeva positivamente.
Bruno Trentin, segretario della CGIL, meditò a lungo sulla scelta da fare
immaginandosi che le classi lavoratrici si sarebbero sentite tradite
qualora avesse accettato le richieste della Confindustria e soprattutto quelle
del presidente del consiglio Giuliano Amato ma il 31 luglio 1992
pose la firma su un patto tripartito tra governo, imprenditori e Sindacati
per tre ragioni fondamentali come spiegò il 1 agosto: “ per evitare una nuova crisi
di governo in una situazione così drammatica per il paese, per prevenire
una divisione tra la CGIL egli altri due Sindacati maggiori e per mantenere
uniti socialisti ed ex comunisti all’interno della stessa CGIL”.
Nessuno sa chi andrà in Paradiso se non il Padre eterno, comunque sia,
se in Paradiso non ci andrà la classe operaia italiana,
chi sa dove andranno a finire e altre classi sociali !
Così siamo arrivati a descrivere la prima parte della crisi economica e politica
del nostro paese degli anni dal 1992 al 1996 e per ora mi fermo qui
perché c’è il rischio che questo scritto possa diventare troppo pesante per i lettori.
BLAISE2004