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pillolo 617, 2009 La crisi italiana degli anni 1992-96 (seconda parte)
PILLOLO 617, 2009, novembre
Il trattato di Maastricht costringeva le nazioni europee
a fare una fotografia realistica della situazione generale del paese
e soprattutto dell’economia.
Infatti una nazione che non rispettava i parametri di Maactricht
voleva dire in soldoni che essa consumava più ricchezza di quanta ne produceva
e che quindi il livello di vita della sua popolazione era drogato
in quanto al di sopra delle sue possibilità.
Voleva dire anche che tale realtà non era momentanea
ma durava da troppo tempo al punto tale che lo Stato
era stato costretto ad indebitarsi oltre misura.
Non solo, voleva dire anche che quello Stato non era in grado
di riscuotere le tasse dai suoi cittadini,le quali avrebbero dovuto
rimpinguare le sue casse.
Insomma, un paese che non era in grado di rispettare i parametri di Maastricht
era inaffidabile così come era inaffidabile la sua moneta.
In questa situazione c’era l’Italia insieme all’Inghilterra, alla Spagna ed al Portogallo
mentre la Germania, la Francia, i Paesi bassi ed il Belgio
erano stati più oculati ed avevano i conti a posto ed il livello di vita
delle loro popolazioni era in pari con la ricchezza prodotta.
Dunque c’era un’Europa a “due velocità” e fino a quando
questa realtà esisteva, non poteva esistere neppure una moneta unica europea
in grado di farsi rispettare nei mercati internazionali.
Come abbiamo visto, Giuliano Amato era riuscito a far comprendere
la drammaticità della situazione del paese ai Sindacati ed a spuntare un accordo
nel quale le classi lavoratrici si erano impegnate ad accollarsi
i sacrifici economici necessari ma i risultati di questo accordo si sarebbero visti
solo nel lungo periodo.
Nell’immediato occorreva fare qualcosa perché nessuno, neppure i tedeschi
che erano i nostri maggiori creditori, volevano più acquistare la lira italiana.
Amato si mosse con decisione per iniziare a rimettere in sesto il bilancio dello Stato:
propose una legge finanziaria di 93.200 miliardi di lire,
la più pesane di tutto il periodo del dopoguerra,
riducesse contemporaneamente la spesa pubblica i vari settori,
tra cui la sanità e la previdenza ed alla fine introdusse nuove imposte
sulla proprietà immobiliare ed una speciale “minimun tax”
per i lavoratori autonomi.
Nondimeno, Amato continuò per la sua strada riuscendo a varare
un certo numero di importanti iniziative nell’area decisiva
della riforma dello Stato giungendo a promulgare un decreto legislativo
sulla riforma del pubblico impiego, emanato il 22 gennaio 1992.
Le novità introdotte da questo decreto furono significative
ed introducevano elementi di novità le quali però ovviamente non era sufficienti
a smantellare la cultura parassitaria, dell’inefficienza e del clientelismo
insieme a tutto il sistema legislativo che la favoriva,
che dominavano nel pubblico impiego costruito come un sistema di potere
della Democrazia cristiana e dei Partiti di governo.
Amato tentò anche la strada delle riforme istituzionali
ma la bicamerale appositamente costituita allo scopo
fin dall’iniziò si arenò sotto i veti incrociati dei Partiti politici
mettendo in evidenza quello che ha ben descritto il sociologo
Gustavo Zagrebelsky: “una riforma costituzionale è necessaria
quando il sistema politico funziona male; ma se il sistema politico
funziona male, esso non è in grado neppure di produrre una riforma”.
Più però Giuliano Amato si dava da fare per rimettere insieme il sistema Italia,
più il sistema perdeva pezzi ogni giorno e da tutte le parti.
Infatti in Sicilia la mafia continuava il suo attacco allo Stato
e, dopo pochi mesi dall’assassinio di Giovanni Falcone,
uccise anche Paolo Borsellino.
Il pool antimafia aveva pagato a caro prezzo il maxiprocesso di Palermo
ma anche la mafia aveva superato ogni limite tollerabile
e lo Stato decise di reagire facendo sul serio
tanto è vero che l’anno successivo, grazie alle indicazioni di alcuni pentiti,
riuscì ad arrestare a Totò Riina, capo della mafia siciliana
e contemporaneamente arrivò a Palermo un nuovo procuratore, Gian Carlo Caselli,
con lo scopo di continuare la lotta contro la mafia
sulla scia del lavoro di Caponnetto, di Falcone e di Borsellino.
Contemporaneamente a Milano il pool di “mani pulite”,
formato dal procuratore aggiunto Gerardo D’Ambrosio
ed i sostituti Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Antonio Di Pietro,
sotto la guida di Francesco Maria Borrelli, procuratore capo di Milano,
non si era fermato e dall’arresto di Mario Chiesa, quel “maiuolo” infiltrato nel PSI, come lo aveva definito Craxi, si era passati a due avvisi di garanzia
recapitati a Paolo Pillitteri, cognato di Craxi e sindaco di Milano al 196 al 1992
ed a Carlo Tognoli, a sua volta ex sindaco socialista della città
e ministro nell’ultimo governo Andreotti, indagati rispettivamente
per ricettazione e corruzione per un ammontare di quasi un miliardo di lire il primo
e per ricettazione di circa 500 milioni di lire, il secondo.
Anche sette dei ministri del governo Amato furono indagati
e costretti a rassegnare le dimissioni fino a quando il 15 dicembre 1992
lo stesso Bettino Craxi ricevette dalla procura di Milano
la prima di una serie di informazioni di garanzia, in questo caso per corruzione
e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei Partiti.
Le accuse su Craxi divennero sempre più circostanziate
e nel maggio 1994 il leader socialista lasciò il paese
rifugiandosi nella sua villa di Hammamet in Tunisia,
decidendo così di scappare e di sottrarsi alla giustizia italiana.
Sarebbe dovuto toccare a Claudio Martelli subentrare a Craxi
alla segreteria del Partito socialista ma anch’egli fu costretto a dimettersi
da ministro della Giustizia quando nuove rivelazioni collegarono il suo nome
ad una vecchia storia, quella della P2 e di un conto bancario di Lugano
a nome “dell’onorevole Claudio Martelli per conto dell’onorevole
Bettino Craxi”.
I magistrati in gamba e senza paura verso il potere, forti dei successi
ottenuti dal pool di Milano nonché del sostegno dell’opinione pubblica,
avviarono nuove clamorose iniziative ed il 28 marzo 1993
a Giulio Andreotti, uomo simbolo della vita politica italiana,
venne recapitato una avviso di garanzia del procuratore capo di Palermo
per il reato di associazione mafiosa.
Il giorno seguente la magistratura di Napoli inviò un altro avviso di garanzia
ad Antonio Gava per i suoi presunti rapporti con le organizzazioni camorriste.
Non erano trascorsi neppure due anni dall’arresto di Mario Chiesa
che risultavano indagate più di 1.000 persone, gli ordini di custodia cautelare erano oltre 500 e vi erano oltre 200 richieste di rinvio a giudizio
e nelle inchieste figuravano anche la Fiat di Gianni Agnelli,
Carlo de Benedetti, il gruppo Ferruzzi e Raul Gardini.
Gli interventi della magistratura verso la classe politica ed economica del paese
non furono sempre limpidi e corretti tanto è vero che alcuni indagati ricorsero
al suicidio pur di evitare il processo ma soprattutto la gogna della stampa
e della gente.
Ma al di là di questi limiti, fra l’altro gravi e non ammissibili in uno Stato di diritto,
venivano messi in luce i misfatti di tutta la parte alta del sistema di potere
che la Democrazia cristiana, insieme ai Partiti di governo, aveva messo su
in quasi mezzo secolo di potere incontrastato e che era il principale responsabile
della drammatica situazione in cui si trovava il sistema Italia.
Gli italiani, tutto l’apparato dello Stato, i Partiti, i grandi industriali
e gli alleati americani non erano stati capaci negli anni ‘70
di far quadrato introno alla proposta del compromesso storico di Berlinguer
e del governo di solidarietà nazionale di Moro ed avevano permesso
che un manipolo di terroristi rapissero ed uccidessero Aldo Moro
facendo così naufragare il progetto e la storia stava presentando il conto
di questo errore.
Occorreva tentare di salvare il salvabile, così ragionò il primo ministro
Giuliano Amato, ma ormai non c’era più niente da salvare.
Egli infatti tentò una “soluzione politica” alla crisi dell’intero sistema
che aveva dominato in Italia e propose un’immediata depenalizzazione
del finanziamento illecito dei Partiti, il meno grave dei reati contestati
ai protagonisti di Tangentopoli.
L’opinione pubblica rimase scandalizzata di fronte alla prospettiva
di quello che venne definito “un colpo di spugna” ed all’idea che il ceto politico
potesse autoassolversi in blocco.
Nella giornata di domenica 6 marzo 1991, i giornali furono sommersi
di fax di protesta, il centralino del Quirinale fu intasato delle telefonate in arrivo
ed in molte città si svolsero riunioni e manifestazioni spontanee.
Quella stessa domenica mattina Eugenio Scalfari pubblicò su “Reppubblica”
un drammatico editoriale intitolato il “governo dello scippo”.
Più tardi, nello stesso giorno, il presidente della Repubblica
fece sapere che, in base a considerazioni puramente costituzionali,
non era disposto a firmare il decreto legge sul finanziamento illecito dei Partiti.
Giuliano Amato, pur essendo stato un buon presidente del Consiglio,
aveva dimostrato però che, essendo un uomo politico di un Partito
fortemente inquisito, era troppo legato agli interessi del Partito socialista
che aveva anteposto all’interesse generale e che quindi neppure lui era affidabile.
Infatti Giuliano Amato non si riprese più da questa sconfitta e poco dopo
dovette dimettersi.
Era chiara l’indicazione che veniva dal paese: c’era bisogno
di un presidente del Consiglio maggiormente super partes
anche perché il sistema dei Partiti era completamente allo sbando
e non in grado di fornire un sintesi politica e di alleanze attraverso una personalità.
La situazione era nelle mani del presidente della Repubblica
il quale, senza consultare il parlamento perché sarebbe stato inutile,
varò un “governo del Presidente” chiamando a presiederlo
Carlo Azelio Ciampi, partigiano nelle file del Partito d’Azione,
figura assai rispetta in Europa ed in Italia
e governatore della Banca d’Italia dal 1979.
La sua presidenza però cominciò in maniera burrascosa in quanto il 29 aprile 1993,
all’indomani della presentazione della lista dei ministri dove figuravano
tre esperti tecnici del PdS ed il Verde Francesco Rutelli al Ministero dell’Ambiente,
la camera dei deputati respinse tutte e quattro le richieste
di autorizzazione a procedere della Procura di Milano nei confronti di Bettino Craxi.
Anche in questo caso ci fu una sommossa popolare anche se pacifica
e la popolazione dimostrò il suo appoggio ai magistrati di Milano
e la sua condanna verso il ceto politico, tanto è vero che il PdS ed i Verdi,
commettendo a mio avviso un grave errore, si ritirarono dal governo
e lasciarono solo Ciampi ad affrontare la drammatica situazione italiana.
Ciampi fu in grado di garantire quell’equidistanza tra datori di lavoro
e lavoratori dipendenti creando così quelle condizioni necessarie
per intraprendere un lavoro di consolidamento di ciò che aveva fatto
il governo Amato e per perfezionarlo.
Il 3 luglio 1993 sancì la firma di un protocollo nel tentativo di ridefinire
le relazioni industriali in Italia, di varare una reale “politica dei redditi”
e di indurre i Sindacati e la Cofindustria ad incontrarsi regolarmente
con il governo, politica che fu chiamata della “concertazione”.
Una volta Ciampi, intervistato su quale fosse stato il risultato
più significativo conseguito dal suo governo, rispose: “ L’accordo
sul costo del lavoro”.
Ciampi aveva ragione in quanto questo accordo, di cui il suo governo
si faceva garante, era la base su cui si poteva fondare una pacificazione nazionale,
condizione indispensabile affinchè si potesse mettere mano a progetti ed a riforme
a lunga scadenza.
Viste le difficoltà in cui si trovava l’Italia, molti erano coloro che ritenevano
che il nostro paese avrebbe fatto meglio a sganciarsi dall’Europa,
Ciampi invece continuò a sostenere la vigorosa riaffermazione della strategia
europeista dell’Italia ed il fatto che l’Italia facesse ogni sforzo
per rientrare nei parametri di Maastricht in funzione di una futura unione monetaria.
Infatti era convinto che, se l’Italia fosse uscita dall’Unione europea,
forse nell’immediato avrebbe potuto avere qualche vantaggio
ma che nel futuro avrebbe messo in gioco la sua stessa economia
e la sua stessa identità culturale.
La prima manovra economica del governo Ciampi fu la legge finanziaria
la quale, restando nell’ordine dei 38.000 miliardi di lire , era meno pesante
di quella del precedente governo Amato e la svalutazione della lira
che si attestò intorno al – 25 % rispetto la suo valore precedente.
Le esportazioni crebbero notevolmente e, grazie al raffreddamento
della dinamica salariale raggiunto precedentemente, l’inflazione diminuì
ed i tassi d’interesse calarono.
Anche per chi come me non si intende troppo di economia,
era chiaro che i sacrifici accettati dalle classi lavoratrici
stavano rimettendo in piedi il paese sotto la guida di un uomo esperto
e competente come era Ciampi.
Sulla scia del precedente governo Amato, Ciampi comprese che senza una riforma
dell’amministrazione pubblica non potevano essere fatte neppure le altre riforme
e si avvalse per ciò del ministro Sabino Cassese, un professore universitario
il quale aveva dedicato una vita a studiare i complessi problemi della burocrazia.
La forza di Cassese consisteva, oltre che nella competenza, soprattutto nel fatto
che non era legato a nessun Partito politico ed a nessuna lobby
e questo gli permise di sostenere lo scontro con i Sindacati dei dipendenti
dell’amministrazione pubblica legati ad una cultura corporativa
in conformità con la cultura di tutta l’Amministrazione pubblica italiana
formatasi nel tempo sulla base del clientelismo e del voto di scambio
e non sull’efficienza sul lavoro.
Cassese avrebbe avuto bisogno di una decina di anni e non solo di due,
quanto durò in carica il governo Ciampi, per rivoluzionare
l’amministrazione pubblica italiana, comunque fu in grado
di cambiare diverse cose: la “Carta dei servizi pubblici” che cercò
di rendere i cittadini più consapevoli dei loro diritti, la trasparenza
delle procedure amministrative ed il principio dell’autocertificazione
tanto è vero che più di cento provvedimenti vennero radicalmente semplificati,
rendere meno pesanti e confuse le strutture amministrative sopprimendo
un Ministero, quello della Marina mercantile, 13 comitati interministeriali
e più di 70 organi collegiali così che, in meno di un anno, si realizzarono
economie di circa 2.600 miliardi di lire.
L’Amministrazione venne resa più imparziale e corretta rivoluzionando
il sistema dei controlli interni, ridefinendo i compiti della Corte dei Conti
ed emanando un “codice di comportamento dei dipendenti pubblici”.
Di fatto il piano Cassese rappresentava il tentativo concreto e democratico
di realizzare una riforma della burocrazia nell’intera storia della Repubblica
cercando di uniformare l’amministrazione pubblica italiana
a quella degli altri paesi europei.
Il piano Cassese dimostrò che, se c’era la volontà politica,
si potevano riformare anche quegli apparati dell’amministrazione dello Stato
più restii al cambiamento.
Ma le cose solo parzialmente stavano così, come dimostrò il tentativo
di riforma fiscale che non vide mai la luce.
La proposta di riforma fiscale consisteva in un solo articolo
nel quale si stabiliva che anche le classi sociali soggette
alla ritenuta fiscale alla fonte, vale a dire le classi lavoratrici dipendenti,
potessero portare in detrazione, documentandole, le spese sostenute
per l’alimentazione, per il vestiario, per il riscaldamento, per la corrente elettrica,
per la salute, per la scuola dei figli, per l’arredamento dell’abitazione
e così via dicendo.
Essa avrebbe contribuito a far venire alla luce gran parte del lavoro in nero
ed avrebbe costretto tutti quanti a fare denunce dei redditi più veritiere
ed a pagare quindi le tasse dovute.
Ma, come ho detto, questa riforma non vide mai la luce
per due semplici motivi: il primo perché c’era il pericolo
che le casse dello Stato si trovassero improvvisamene vuote
perché le classi lavoratrici dipendenti, le uniche a pagare regolarmente le tasse,
vi avrebbero contribuito i maniera decisamente inferiore
a causa delle detrazioni apportate nella dichiarazione dei redditi,
il secondo perché in questo caso non si trattava di scontrarsi
solo con un ceto sociale come era avvenuto per la riforma Cassese,
bensì con una intera classe sociale ed economica ovverosia con i ceti medi
che rappresentavano la maggioranza degli italiani.
Ancora più cauta fu l’azione di Ciampi quando si trattò di riformare
la legge elettorale dove si arrivò ad una specie di compromesso
che non accontentò nessuno anche se creò le condizioni affinchè
ci si potesse rivolgere in seguito verso un sistema completamente maggioritario
e bipolare, così come lasciò completamente irrisolto il problema di una uscita politica
da Tangentopoli in quanto pressato da due richieste fra loro contrastanti:
quella dei magistrati che chiedevano delle leggi che permettessero
di procedere in maniera più spedita nei processi
e l’introduzione di una legislazione in grado di impedire per il futuro
il ripetersi dei casi di corruzione e quella del ceto politico che era orientata
verso l’emanazione di provvedimenti di clemenza.
Il risultato finale di questa situazione fu il permanere di un clima di tensione
intorno al problema della giustizia e tra i poteri dello Stato italiano
che perdura anche oggi.
Siamo così giunti al 1993 e verso la fine della crisi politica ed economica
aperta nel 1992.
Il finale lo vedremo in un altro scritto.
BLAISE2004
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