pillolo 620, 2009 L’era di Berlusconi, i cattolici ed i ceti medi italiani
PILLOLO 620, 2009, novembre
Siamo così giunti all’epilogo della crisi degli anni 1992-96
che rivoluzionarono completamente il quadro politico dei Partiti italiani.
Infatti la DC si divise in tre tronconi per poi scomparire definitivamente
ed il PSI, insieme al PRI, al PLI ed al PSDI, scomparvero dalla scena politica.
Del vecchio sistema non era rimasto che il PdS formato da ex comunisti
il quale sembrava destinato a governare l’Italia visto anche che,
nelle ultime elezioni amministrative aveva conquistato
quasi tutte le regioni ed i comuni, compreso quello di Roma,
in cui si era votato.
Infatti, per la prima volta nella storia contemporanea d’Italia,
si era liberata una così grande quantità di voti,
soprattutto quelli dei cattolici e dei socialisti,
e l’unico Partito che sembrava in grado di raccoglierli era il PdS.
Il 25 novembre 1994 però venne tenuta ufficialmente a battesimo
l’associazione nazionale “Forza Italia” ma fu solo il 15 gennaio 1994,
quando il Presidente della repubblica annunciò nuove elezioni politiche
per il fine marzo, che Silvio Berlusconi fece il passo decisivo e scese in politica.
Nel giro di poco tempo, sorretto dalla sua personale forza economica
e dai manager della Fininvest, fu in grado di dare corpo ad una vera organizzazione
e ad un quadro di alleanze che comprendeva tutto il variegato territorio nazionale.
Nel Nord d’Italia creò il Polo delle libertà alleandosi con la Lega nord,
nel Centro e nel Sud fondò il Polo del buon governo insieme ad Alleanza nazionale.
Il suo programma era di tipo liberista nel senso che prevedeva
uno Stato più snello che non avrebbe mai messo le mani nelle tasche degli italiani.
Il PdS lo attaccò accusandolo di aver fatto fortuna ai tempi di Craxi
e di rappresentare un conflitto di interessi in quanto possedeva
tutte le maggiori televisioni commerciali.
Berlusconi replicò promettendo che, se fosse andato al governo,
avrebbe creato 1 milione di posti di lavoro.
Non seguirò passo passo la campagna elettorale
che precedette le elezioni politiche del 1994 anche perché
diversi di voi ne hanno un ricordo ancora chiaro avendola vissuta in prima persona
e mi limiterò a chiedermi come mai il PdS, che doveva essere
il naturale vincitore dei quelle elezioni, invece perse.
A questo proposito va prima di tutto annotato che la classe politica italiana
fu messa in crisi dal lavoro di una parte della magistratura
e non dalla rivolta dei ceti sociali ed economici,
insomma, molti Partiti politici erano colati a picco
ma altrettanto non si era verificato nella società.
Ad esempio, i cattolici ed i ceti medi erano sempre gli stessi
anche se non avevano più un punto di riferimento politico.
Non c’era dunque da creare un nuovo blocco sociale ma era sufficiente
intercettare la cultura ed i voti dei cattolici e dei ceti medi.
La Democrazia cristiana era praticamente scomparsa
ma il blocco storico che si trovava dietro di lei no.
Infatti non erano assolutamente cambiati la cultura e gli interessi economici
di cui erano portatori i cattolici ed i ceti medi che li aveva visti contrapposti
alla cultura ed agli interessi delle classi lavoratrici.
Essi, ad esempio, continuavano a sentirsi molto più vicini
alla cultura della borghesia della quale cercavano di imitarne
i costumi e le aspirazioni.
Così quello che accadeva nella società accadeva anche nella politica
ed accadde durante le elezioni politiche del 1994
nel senso che i cattolici ed i ceti medi, come ai tempi della DC,
si schierarono e votarono contro quei Partiti politici intorno ai quali
si raccoglieva il consenso delle classi lavoratrici.
Molti sostengono la eccezionalità dei risultati delle elezioni del 1994
che proclamarono vincitore Silvio Berlusconi mentre io invece sostengo che,
senza nulla togliere alle sue capacità organizzative e comunicative,
egli non fece altro che raccogliere i frutti a suo tempo preparati dalla DC
e dalla Chiesa cattolica per quanto riguardava soprattutto dei cattolici italiani.
Altri accusano la classe dirigente di allora del PdS di non essere stata capace
di intercettare i voti della maggioranza dei cattolici e dei ceti medi italiani
mentre invece io sostengo che, al di là dei limiti di questa classe dirigente,
ciò accadde perché nella società non esistevano le condizioni
affinchè la cultura dei cattolici e dei ceti medi fosse interessata ad avvicinarsi
a quella delle classi lavoratrici.
I risultati elettorali, diffusi la sera del 29 marzo 1994, confermarono
le dimensioni della vittoria di Silvio Berlusconi: Forza Italia, la Lega nord
ed Alleanza nazionale avevano nel loro complesso raccolto il 42,9% dei voti
per la camera dei deputati che si tradusse nel 58,1% dei seggi.
I progressisti (PdS, Rifondazione comunista, Rete, Verdi, Alleanza democratica
ed il PSI riformato) ottennero invece complessivamente solo il 34,4% dei voti
ed il 33,8% dei seggi.
Era iniziata l’era di Berlusconi e della neodestra italiana che, come ho detto,
ripercorreva il solco già tracciato a suo tempo dalla Democrazia cristiana
con alcune differenze sostanziali che però sono secondarie rispetto
a quelle fin’ora descritte tanto è vero che mi sento di affermare che,
fino a quando la cultura e gli interessi dei cattolici e dei ceti medi
saranno quelli che sono e sono sempre stati, Berlusconi e la neodestra italiana
ben difficilmente potranno essere scalzati dal potere.
Ad esempio, Berlusconi e “Forza Italia” furono capaci di interpretare
la crisi della democrazia come era venuta fuori dai processi di tangentopoli.
Infatti i principali Partiti politici che avevano governato l’Italia
e che avrebbero dovuto, secondo i dettami della Costituzione,
garantire lo sviluppo dello Stato di diritto e democratico repubblicano,
erano stati i primi ad andare contro i diritti e le leggi dello Stato medesimo.
Il sistema dei Partiti si era dunque dimostrato inaffidabile
così come la sua classe dirigente.
Berlusconi si presentò dunque come un uomo nuovo
che non si era formato all’interno dei Partiti bensì all’interno dell’industria
e poco propenso quindi al compromesso ed all’analisi politica
ma molto più interessato al raggiungimento di obiettivi concreti.
Lo stesso Partito “Forza Italia” non era organizzato secondo criteri democratici
con tanto di congressi dove veniva votata a maggioranza la linea politica
e dove veniva scelta la classe dirigente bensì come un “Partito azienda”
dove c’era un padrone che stabiliva la linea politica da seguire
e che sceglieva la squadra che lo doveva aiutare per il raggiungimento degli obiettivi.
Ma la cosa più stupefacente fu il fatto che gli ex democristiani egli ex socialisti
che confluirono in “Forza Italia” trovarono normale questo modo di gestire il Partito
e di determinare la sua classe dirigente, segno questo grave a mio modo di vederere, di una scarsa consapevolezza dell’importanza del sistema democratico
e della crisi profonda che avvolgeva la politica in generale.
La cosa risultava ancora più grave perché si era diffussa in larga parte del paese
come fu anche dimostrato quando nel 1994, nel quadro di un’indagine condotta
su un vasto campione d’italiani da parte della DOXA,
venne posta tra l’altro la domanda se in quel momento
“l’Italia avesse bisogno di un uomo forte” il 73,5% degli intervistati dichiarò
di essere “abbastanza d’accordo”.
Con il tempo Berlusconi, riprendendo un’idea di Craxi, dimostrò
come il suo progetto di rivedere l’idea dello Stato di diritto e democratico
era molto più ampio fino a voler rivedere la stessa Carta costituzionale.
Senza voler entrare all’interno della polemica politica tutt’ora in corso,
mi sembra del tutto evidente che il modo fino ad ora adottato dai Partiti
di gestire la politica e lo Stato non era più riproponibile per cui il nostro paese
si trovava nella situazione o di essere capace di allargare
e rendere più trasparente ed efficiente il sistema politico e democratico
oppure sarebbe stato costretto ad accettare una forma di restringimento
della democrazia.
Ma il problema non termina qui perché si rischiava di mettere in crisi
lo stesso pensiero laico la cui essenza si fondava sulla dialettica
e sul confronto libero e pubblico delle idee.
Era quindi evidente che una diminuzione degli spazi democratici
avrebbe portato con sé anche una diminuzione degli spazi laici e viceversa.
A sua volta una diminuzione degli spazi laici avrebbe aperto le porte
ad un ritorno del pensiero metafisico ed ideologico
che non lasciava presagire niente di buono perché si sarebbe trattato
di un ritorno indietro della politica, della società civile e della cultura.
Fino ad ora la questione avrebbe registrato uno stallo e si è preferito conservare
la forma di Costituzione e di organizzazione politica le cui fondamenta
erano state gettate dalla classe dirigente del primo dopoguerra.
Ma ogni ritardo non servirà ad altro che a fare incancrenire la questione
e si stanno avvicinando sempre di più i tempi in cui gli italiani
saranno chiamati a scegliere tra lo sviluppo del sistema democratico
fondato sui Partiti o il suo arretramento.
Per altro verso credo sia stata troppo sopravvalutata l’importanza delle televisioni
nella vittoria di Berlusconi all’elezioni del 1994.
Con questo non voglio assolutamente negare l’importanza decisiva delle televisioni
e l’anomalia tutta italiana dovuta al fatto che Berlusconi
controlli le principali televisioni commerciali le quali dovrebbero invece
assolvere il compito di informare le persone nella maniera più oggettiva possibile.
Non voglio neppure negare il fatto che durante la campagna elettorale
che precedette le elezioni politiche del 1994 esse si misero a disposizione
del loro proprietario fornendo un’informazione prevalentemente di parte.
Voglio solo affermare che tutto questo non può giustificare la schiacciante vittoria,
tra l’altro inaspettata, di Berlusconi e della neodestra italiana
e questo per diversi motivi:
il primo è che le televisioni di Stato furono in grado di fornire un servizio pubblico
equilibrato e non di parte per cui i cittadini, qualora lo avessero voluto,
potevano accedere ad un’informazione laica, obiettiva e pluralista.
Il secondo che la carta stampata, non essendo controllata totalmente da Berlusconi,
fu sempre in grado e nelle condizioni di dare spazio a tutte le posizioni.
L’eccessiva importanza che si è cercato di dare alle televisioni commerciali
controllate da Berlusconi come spiegazione della sua vittoria
alle elezioni politiche del 1994 credo quindi che sia servita a mascherare
il vero motivo di questa che risiedeva invece principalmente nel fatto
che la neodestra italiana era riuscita ad intercettare la maggior parte dei voti
dei cattolici e dei ceti medi italiani ed anche quelli degli ex democristiani
e degli ex socialisti e più in generale nel fatto che la cultura dei cattolici
e dei ceti medi italiani era ancora lontana dalla cultura delle classi lavoratrici.
BLAISE2004






E dopo l’ipotetica intervista a Berlusconi, hanno fatto anche l’ipotetica intervista a Fini. Ma farle davvero no?!?