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pillolo 622, 2009 Chiami Berlusconi e risponde Craxi e viceversa
PILLOLO 622, 2009, novembre
Nel 1993 il Partito socialista italiano non solo non cambiò
ma semplicemente si disintegrò, segno questo della inconsistenza politica
e culturale a cui era giunto.
La storia del PSI era di gran lunga la più antica fra quelle dei Partiti maggiori
della repubblica ma rispetto alle origini era anche il Partito italiano
che aveva subito i più radicali cambiamenti.
La sua prima incarnazione nella storia della repubblica era stata quella
di un Partito marxista e stretto in una ferrea alleanza con il PCI.
L’era del centro-sinistra aveva portato
ad una rapida trasformazione di quell’immagine ed, al tempo stesso,
aveva gettato i semi della futura degenerazione.
Infatti il PSI era rimasto un Partito troppo piccolo
per confrontarsi da solo con la DC e per poter sperare di incidere
nella politica e nell’economia italiana.
Questo dato di fatto contraddistinse da allora in poi la sua politica:
troppo piccolo per essere autonomo a destra dalla DC ed a sinistra dal PCI
ed allo stesso tempo troppo orgoglioso della sua nascita e della sua storia
per poter accettare di rimanere subalterno agli altri due grandi Partiti di massa.
Con l’avvento di Craxi alla direzione del PSI,
il Partito si pose come principale obiettivo quello di rafforzarsi
fino a voler diventare più numeroso del PCI.
Infatti il nuovo elettorato a cui intendeva rivolgersi Craxi
era lo stesso elettorato del PCI senza però proporre una strategia politica
che potesse essere compresa dalle classi lavoratrici
come favorevole ai loro interessi.
Infatti, se si va a verificare un po’ più da vicino la politica dei governi
presieduti da Craxi dal 1983 al 1987, essi furono viziati da un errore commesso
dal PSI negli anni ‘70.
In quegli anni Enrico Berlinguer, segretario del PCI,
propose alla classe dirigente del PSI di collaborare insieme per arrivare
ad un “compromesso storico” con la DC e dare vita a dei governi
di “solidarietà nazionale”, come suggeriva Aldo Moro che avrebbero visti insieme
comunisti, socialisti e democristiani.
Berlinguer non chiedeva dunque ai socialisti di diventare subalterni
rispetto ai comunisti i quali si impegnavano a rispettare la loro rottura
con il marxismo e con l’Unione sovietica.
Allora Craxi non disse né di no né di sì lasciando però intendere
che aveva in testa una nuova riedizione del centro sinistra
con l’esclusione dei comunisti dall’area di governo.
Infatti Craxi, in quanto era un uomo pragmatico
e poco propenso alle analisi politiche e storiche, non comprese
quello che Berlinguer e Moro avevano compreso e cioè che il centro sinistra
ed il pentapartito erano già morti perché era entrata in crisi la Democrazia cristiana
che era il Partito su cui entrambi si reggevano e che aveva fornito
la classe dirigente che li aveva tenuti in vita fino ad allora.
Il PSI di Craxi riteneva invece di essere capace di sostituirsi al ruolo della DC
senza averne però la forza politica e di accrescere il suo consenso elettorale
sfruttando la crisi del PCI e della DC a seguito dell’eventuale fallimento (come
si verificò) della proposta del “compromesso storico” di Berlinguer
e dei “governi di solidarietà nazionale” di Moro.
Infatti la politica dei governi di Craxi fu inconcludente sotto tutti i punti di vista
limitandosi a dei provvedimenti ed ad un’azione di facciata.
Non a caso gli storici sono tutti concordi nel ritenere che, se i governi Craxi
restarono in carica per ben 4 anni, questo fu dovuto solo alla debolezza
della Democrazia cristiana.
Infatti con Craxi il PSI perse qualsiasi forma di democrazia interna
soprattutto quando il comitato centrale del Partito fu trasformato
in assemblea nazionale.
Infatti, mentre il vecchio comitato centrale composto da parlamentari,
sindacalisti e funzionari di Partito a tempo pieno era stato, nonostante
le rivalità delle correnti, una tribuna di discussione ed un luogo in cui
si prendevano le decisioni a maggioranza, l’assemblea nazionale invece
era in larga parte solo decorativa sulla quale poteva facilmente imporsi
un capo carismatico.
Con Craxi prese così corpo, per la prima volta nella storia della repubblica italiana,
quel populismo che è il contrario della democrazia, già sperimentato nel ‘68
dal movimento studentesco e ripreso dopo da Berlusconi e da “Forza Italia”.
La prima vittoria riportata da Craxi fu quella ai danni delle classi lavoratrici
ed ottenuta con il referendum sulla scala mobile,
il sistema di adeguamento automatico dei salari all’aumento del costo della vita,
con la quale Craxi fece comprendere quale sarebbe stata la posizione del PSI
verso i ceti più deboli del paese.
Pochi mesi dopo essersi insediato, il governo Craxi aveva infatti ridotto
in maniera significativa i punti di contingenza della scala mobile.
Ne era seguito un vasto movimento di protesta sull’onda del quale il PCI
aveva organizzato un referendum per l’abrogazione del decreto governativo
che nel frattempo era stato trasformato in legge.
Craxi non retrocesse dalle sue posizioni e ne uscì vincitore con il 54,3% dei voti
contro il 45,7%.
Era del tutto evidente che le classi lavoratrici erano diventate minoranza nel paese
e che i ceti medi ed i cattolici non erano corsi in loro soccorso.
La società risultava divisa a metà, la politica era entrata in crisi, l’economia del paese
era la più arretrata del centro Europa e Craxi, invece di cercare di riunire insieme
le migliori forze dell’Italia, era propenso invece a soffiare sul fuoco
al fine di trarre vantaggio per sé e per il PSI.
Sebbene gli anni ‘80 facessero registrare una congiuntura economica favorevole,
i governi Craxi, a differenza dei governi degli altri paesi europei, non la utilizzarono
per diminuire il debito pubblico che anzi aumentò, per mettere a posto
i conti dello Stato, per ristrutturare l’economia, per investire in ricerca
e per modernizzare le infrastrutture e l’apparato dello Stato.
Soprattutto nell’economia infatti si potè toccare con mano la poca lungimiranza
di Craxi in quanto non fu capace di approfittare
dell’ultima fase di sviluppo economico che attraversò l’Europa
e le conseguenze di ciò gli italiani le pagano ancora oggi.
Nella lista dei “quattro vizi capitali del craxismo”
lo storico economista Luciano Cafagna, egli stesso convinto fautore
del leader socialista durante gli anni ‘80, poneva al primo posto
“una visione mutila e gravemente difettosa del problema economico italiano.
Questo difetto, secondo Cafagna, derivava dal fatto che […] l’opinione
che Craxi aveva dei problemi e delle difficoltà dell’economia italiana
era molto “lumbard”, nel senso che si fermava ai livelli dell’economia “reale”
(la produzione, le imprese, il businnes della soggettiva percezione
degli operatori) per il resto era distratta e sommaria, propria di chi
non ha passione per questi problemi”.
Detta con altre parole più facilmente comprensibili, la visione di Craxi
dell’economia era di tipo pragmatico e si limitava a constatare
se le aziende lavoravano, facevano affari e producevano occupazione
senza preoccuparsi se così sarebbe stato anche per il futuro.
Un’altra cosa per la quale i governi Craxi si distinsero fu per aver favorito
in ogni modo la nascita e lo sviluppo delle televisioni commerciali
dell’amico Silvio Berlusconi.
Già nel 1976 la Corte costituzionale aveva emanato un’importante sentenza
in cui si definivano le linee guida per la regolamentazione del sistema televisivo.
Secondo questa sentenza le trasmissioni nazionali avrebbero dovuto continuare
ad essere riservate alla televisione pubblica mentre alle emittenti commerciali
e private venivano riservate le trasmissioni in ambito locale
in base alla constatazione che le frequenze disponibili erano sufficienti “ a consentire
la libertà d’iniziativa economica privata senza pericoli di monopoli
e di oligopoli privati”.
La Corte aveva sentenziato anche che l’etere era una risorsa collettiva
ed aveva chiesto al parlamento di emanare in tempi brevi
un’adeguata regolamentazione dell’intero settore dei mass media.
Il parlamento ed il governo Craxi invece non vollero prendere nessuna iniziativa
di questo tipo.
Trascorsero dunque alcuni anni in cui il mercato delle televisioni commerciali,
libero da vincoli, restò aperto ad ogni incursione ed ad ogni forma di monopolio.
Fu proprio in questo periodo che Silvio Berlusconi potè edificare
il suo impero televisivo.
Sicuramente Berlusconi era il più dinamico tra gli imprenditori dell’etere,
il più capace a correre sul filo della legalità e colui che disponeva
di maggiori risorse finanziarie ma, quando oggi si presenta agli elettori
come un uomo nuovo che si è fatto da solo nel campo dell’economia,
coloro che lo votano oppure votano un altro Partito che lo appoggia,
dovrebbero ricordarsi che, senza l’aiuto di Craxi, vale a dire senza l’aiuto
del potere politico corrotto, il suo impero televisivo
non sarebbe potuto nascere.
L’aiuto di Craxi venne in soccorso di Berlusconi anche il 16 ottobre 1984,
due mesi dopo che Berlusconi aveva acquistato Rete 4 ottenendo così
il quasi completo monopolio sull’emittenza televisiva commerciale,
quando i pretori di Torino, Roma e Pescara ordinarono che i suoi riflettori
venissero parzialmente oscurati.
Le motivazioni erano molto semplici: la sentenza della Corte costituzionale
del 1976 consentiva l’esistenza di emittenti commerciali su scala locale
e non nazionale e le tre reti di Berlusconi infrangevano palesemente tale direttiva.
Roma ed il Lazio, Torino ed il Piemonte, l’Abruzzo ed una parte delle Marche
si trovarono all’improvviso senza Canale 5 e Rete 4.
Berlusconi si rivolse ancora a Craxi il quale convocò immediatamente
il consiglio dei ministri il quale il 20 ottobre emanò un decreto legge valido 6 mesi
che consentiva la ripresa delle trasmissioni commerciali di Berlusconi
su tutto il territorio nazionale.
Il 28 novembre 1984 la camera dei deputati dichiarò incostituzionale
il decreto legge del 20 ottobre.
Craxi intervenne di nuovo a favore di Berlusconi e, con il consenso
della DC e del MSI, presentò un secondo decreto legge con il quale
si ripristinava la possibilità di trasmettere su tutto il territorio nazionale
alle televisioni commerciali di Berlusconi con la clausola
che questo sarebbe stato possibile fino a quando non fosse stata licenziata
una legge generale sull’emittenza televisiva.
Trascorsero però 5 anni prima che fosse emanata questa legge
e si era dato così la possibilità a Berlusconi di consolidare
il suo stretto controllo del settore.
Infatti non fu più possibile mettere in discussione l’impero ed il monopolio
di Berlusconi sulle televisioni commerciali benchè fosse anticostituzionale
come qualsiasi altro monopolio privato.
Anzi, la cosa si aggravò quando Berlusconi decise di entrare in politica
fino a riuscire a diventare presidente del consiglio.
La sua posizione infatti era al di fuori di qualsiasi principio di uno Stato di diritto e democratico: il suo impero era un monopolio privato ed inoltre chi doveva essere controllato, vale a dire Berlusconi, era lo stesso che doveva controllare.
A tutt’oggi la situazione persiste né ci sono cenni affinchè venga modificata
mentre gli italiani accettano tacitamente una così palese violazione
dei principi su cui si fonda il nostro Stato di diritto e democratico.
La leadership di Bettino Craxi, inizialmente salutata da molti
come una novità positiva per le sue caratteristiche di dinamismo e di modernità, trasformò il PSI fino a renderlo irriconoscibile, risucchiando
quasi tutti i suoi esponenti, indistintamente,
in un vortice di rapporti corrotti ed autoritari.
Per la democrazia italiana fu un’autentica tragedia che l’ultima espressione
del suo antico Partito socialista avesse assunto proprio quella forma e quel contenuto
e che tante persone intelligenti e colte al suo interno avessero potuto accettare
e persino approvare un simile stato di cose.
Infatti con Craxi non solo la classe dirigente del PSI divenne
una classe dirigente di corrotti prendendo ad esempio quella della DC
e degli altri Partiti di governo ma fu azzerata anche la stessa democrazia interna
del Partito e, cosa assai più grave, si cominciò a picconare gli stessi principi
dello Stato di diritto e democratico repubblicano considerato spesso da Craxi
come un ostacolo alle sue smanie di decisionismo.
Sul piano filosofico, l’esperienza ed il declino del PSI dimostrava
l’inconsistenza e la pericolosità di quell’ideologia che può portare
ad un’appartenenza acritica ad un Partito politico come ad una fede religiosa
e l’importanza del pensiero laico come salvezza e controllo di fronte
a chi detiene il potere in qualsiasi campo, da quello politico a quello culturale,
da quello economico a quello religioso.
BLAISE2004